I lusitani Black Cilice appartengono al novero di quei gruppi che anche gli amanti del metallo nero o amano incondizionatamente o odiano appassionatamente, senza mezzi termini. Fieri rappresentanti del filone più intransigente, criptico, enigmatico ed isolazionista del raw black metal, che proprio in Portogallo ha trovato terreno decisamente fertile (tra gli altri possiamo citare, per affinità elettiva a livello di sonorità, gente come Candelabrum, Mons Veneris e Vetala), hanno mantenuto nel corso della loro discografia, come da copione piuttosto nutrita tra full length, ep, demo e split, una coerenza monolitica per alcuni invidiabile e per altri invece soltanto noiosa. Il loro approccio è molto classico e torna alle radici più conservative e selvagge del black metal come abbiamo imparato a conoscerlo nel corso degli anni novanta, non curandosi del presente e chiamando in causa in primis le sonorità ruvide del true norwegian black metal e quelle altrettanto grezze (se non di più) che caratterizzavano le uscite delle così dette Black Legions francesi, unendo poi il tutto a un concept a sfondo esoterico-satanico che non guasta mai.

Anche in questo “Votive Fire”, settima fatica sulla lunga distanza dei nostri amici, che arriva quattro anni dopo il predecessore “Esoteric Atavism”, il linguaggio tipico del raw black metal conserva i suoi elementi consueti: blast beats praticamente incessanti, con davvero pochi cambi di tempo; riffing zanzaroso pericolosamente simile al risciacquo della lavatrice; screaming sofferto e lontano come quello di un fantasma sotto tortura; registrazione che definire cantinara sarebbe un eufemismo e la cui sporcizia rischia di diventare un ostacolo insormontabile anche per le orecchie più abituate a questo genere di nefandezze sonore. Pezzi lunghi (qualcuno potrebbe dire perfino estenuanti), ossessivi fino a indurre quasi una trance ipnotica, soffocanti e opprimenti, molto simili l’uno all’altro (qualcuno potrebbe dire perfino uguali), come se fossero i capitoli di una sorta di via crucis mentale o le tappe di un rituale trascendentale.

Questo aspetto, questa “nebbia spirituale” che sembra trasudare da ogni singola e oscura nota (per quello che si riesce a decifrare ovviamente) è forse l’elemento emotivamente più coinvolgente e che più resta dopo l’ascolto, veicolato tra l’altro dal suono di tastiere stile “trombe del giudizio” presenti in certa misura in tutte le canzoni. Che dire in conclusione? L’ultimo parto di questa incorporea creatura portoghese è un disco in cui forma e contenuto per forza di cose coincidono, così come suono ed estetica: le candele ad esempio, da sempre un oggetto-feticcio collegato al black metal, e raffigurate sulla copertina di questa e di altre uscite targate Black Cilice, in alternanza al mastermind pittato come da manuale, in posa ieratica e in rigoroso bianco e nero. Almeno per alcuni; per altri semplicemente inascoltabile. Come si diceva una volta: prendere o lasciare.









