Sono passati cinque lunghi anni dalla pubblicazione di “Heldentod”, album di debutto dei Grabunhold, che ha presentato alla scena il loro sound medieval black metal ispirato ai testi di J.R.R. Tolkien: un viaggio attraverso cittadelle silenziose, fortezze isolate e oscure segrete, il tutto in uno stile tipicamente teutonico. Sebbene nel 2023 sia uscito uno split con i Circle Of Shadows, la domanda rimaneva: i tedeschi possedevano ancora la tempra per realizzare un album convincente come il loro esordio? A giudicare da “Frostheim”, fuori sotto l’egida dell’onnipresente Iron Bonehead Productions, la risposta non può che essere un sonoro sì. Formatasi nel 2016 a Dortmund, la band fin dal primo demo ha saputo declinare la lezione classica della seconda ondata in una veste fortemente epica e intimamente legata all’immaginario tolkeniano. Già a partire dal moniker troviamo riferimenti ben precisi: i “Grabunholde” infatti sono gli Spettri dei Tumuli, le sinistre creature ancestrali che intrappolano Frodo e i suoi compagni sulle Tumulilande. E se band storiche come i Summoning hanno esplorato il lato più sinfonico ed evocativo della Terra di Mezzo, i Grabunhold scelgono un approccio decisamente più affilato, cupo e marziale, pur senza rinunciare a squarci melodici.

Pur non presentando grandi cambiamenti rispetto alla solida estetica già costruita in passato, “Frostheim” è un assedio sonoro che mette in mostra in vari momenti un’accelerazione dinamica sottile ma al tempo stesso avvincente, grazie ad una scrittura espansiva e tuttavia rigorosamente classica, una produzione piuttosto potente e un’esecuzione che bilancia abilmente solennità pagana e sete di sangue nordica. Saranno le melodie cristalline che si impongono con forza, sarà appunto la produzione, o una combinazione di entrambi i fattori, fatto sta che quello che emerge dalle note è un black metal che sembra allo stesso tempo decenni avanti e indietro: chitarre in tremolo picking e sferzate di blast beats che richiamano il gelo di inizio anni novanta, riff marziali e cavalcate (che in certa misura potrebbero ricordare la scuola del Québec) intrecciati ad aperture acustiche che evocano atmosfere da campo di battaglia. E non mancano nemmeno intermezzi puramente dungeon synth, come “Über Grat Und Kalten Gipfel”, guidata da sintetizzatori minimali e chiaramente debitrice dei lavori storici di Mortiis e Wongraven.

Altre tracce degne di menzione sono sicuramente l’opener “Der Tod Wohnt In Carn Dûm” con le sue chitarre affilate e il cantato riverberato e cavernoso che sembra provenire dalle viscere di una fortezza in rovina (Carn Dûm è la capitale fortificata di Angmar, il regno del Re Stregone, il più potente tra i Nazgûl), e “In Mordor Wo Die Schatten Drohn”, che riprende i celebri versi dell’Anello “A Mordor, dove giacciono le Ombre”: un brano nero ed epico che vive di crescendo e non concede un attimo di respiro, rallentando solo per caricarsi di una solennità quasi religiosa. Tirando le somme “Frostheim” è un disco che non cerca di compiacere con facili ganci pagan/folk benché l’atmosfera generale possa in parte rimandare a quel sottogenere; è un lavoro che cerca invece di restituire all’ascoltatore la visione di Tolkien e la grandiosa maestosità del suo legendarium. Non vi resta quindi che farvi un bel giro nella Terra di Mezzo e assaggiare l’acciaio tedesco dei Grabunhold, più affilato che mai!









