Gli Hanternoz sono un progetto folk/black metal bretone guidato dai due fondatori della Antiq Records (Hyvermor e Sparda), etichetta specializzata in questo particolare sottogenere. Le loro composizioni fondono la violenza del black metal con strumenti tradizionali per narrare leggende locali e storie rurali legate alla propria terra. Fin dagli esordi la band si è da subito posta l’obiettivo di allontanarsi dal classico black metal di matrice satanica per riscoprire il legame ancestrale con la Natura e il folklore contadino: i testi non parlano di blasfemie assortite ma di fiumi che scorrono lenti, di superstizioni contadine, di foreste dimenticate e di spiriti che popolano la notte delle campagne. Gli Hanternoz definiscono la loro musica “pagan metal della Bretagna e dell’Angiò” e il nome stesso, che in bretone significa “mezzanotte”, mette subito in chiaro le radici geografiche e culturali del progetto. Come da tradizione per le uscite targate Antiq anche questa terza fatica sulla lunga distanza degli Hanternoz è supportata da un concept forte, con un filo conduttore storico/mitologico ben preciso.

Questo album presenta sei canzoni che prendono la forma di sei demoni del folklore bretone: una fata, un lavad (una fata notturna molto pericolosa), un diavolo, un cadavere, una sorta di elfo di fuoco e lo spirito del bosco. Ognuno dei sei mostri assume la forma di un fatto storico o di un ricordo d’infanzia, per tormentare il narratore. Tutte le vicende narrate si svolgono durante una folle notte senza sonno, in cui i demoni assumono molte forme: tristezza, divertimento, speranza, disperazione, depressione, gioia, rabbia. La copertina dell’album rappresenta l’unico personaggio che non viene mai citato ma è onnipresente: un Ankou. L’Ankou è un morto vivente con la falce e rappresenta la Morte stessa. La parola deriva da “anken” (paura) e affonda le sue radici nella lingua tedesca: da cui angst, anguish, angoisse. Di fatto, Ankou è la paura della Morte e la Morte allo stesso tempo. Sulla copertina, si può osservare l’uomo che guida Ankou: un uomo i cui rimpianti sono particolarmente vivi. Per questo è condannato a un’esperienza di non-vita e non-morte: guidare il carro di Ankou. E mentre il sole tramonta, la luce del carro dei morti si accende e il pover’uomo condannato conduce la croce e Ankou sul sentiero dei morenti.

Ciò che spicca è il modo in cui la band integra nel black metal il concetto di folk: al posto delle tastiere viene utilizzata una ghironda, il cui ronzio arcaico conferisce alle canzoni una vena drammatica; i testi sono cantati in francese antico e in bretone ed arricchiscono la ricercatezza dell’album con sfumature poetiche. Da citare “Le Diable de Quimper-Corentin” che narra di un diavolo in piedi sulla cima della cattedrale di Quimper, intento ad osservare le volte e i tetti in fiamme: mentre il piombo si scioglie e il fuoco si fa più intenso, il diavolo si sente solo e triste, guardando gli umani, trenta metri più in basso, uniti nella lotta contro le fiamme. Spicca senza dubbio anche “Jean-Du-Feu” che tratta di uno strano uomo che tiene il fuoco tra le mani e segue i viandanti solitari sui sentieri più remoti, lontano dalla luce: quando il viandante si volta, Jean spegne le sue fiamme; quando riprende il cammino, le riaccende e prende a seguirlo nuovamente.

A conti fatti il disco conferma in pieno le qualità della band: viene mantenuta intatta la maestosità e la sporcizia rurale dei lavori precedenti ma con una produzione più definita che conferisce il giusto risalto agli strumenti tradizionali. Rispetto ai dischi del passato, dove il respiro era maggiormente epico e solenne, in questo nuovo lavoro si fa invece strada un piglio più cupo, claustrofobico ed intimista, coerentemente con il concept della “folle notte di insonnia” popolata da demoni e rimpianti personali. A conti fatti un disco consigliatissimo, un vero e proprio viaggio nel folklore bretone più nero e teatrale: “viens, Nuit, couvre les hommes et la terre. Donne nous ta beautè, offre nous ta doleur.”









