Mayhem – Deathcrush

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“Deathcrush”: ovvero 17 minuti e poco più per rivoluzionare (inconsapevolmente) il metal estremo e porre le basi di ogni futura nefandezza. Originariamente pubblicato in edizione limitata a mille copie dalla misconosciuta Posercorpse, questo demo del gruppo norvegese – che allora a buon diritto poteva fregiarsi dell’appellativo “the true” – fu ristampato nel 1993 dall’etichetta personale di Euronymous, quella Deathlike Silence che per qualche tempo rappresentò un punto di riferimento per la scena di Oslo e per il nascente Inner Circle, in formato ep con la classica cover rosso sangue raffigurante l’esposizione di due mani mozzate. La band – allora formata dal già citato Euronymous alla chitarra, Necrobutcher al basso, Manheim alla batteria e Maniac alla voce – non ha ancora l’immagine ultramaligna che avrà in futuro (basta dare un’occhiata alle foto sul retro per rendersene conto) e non ci fa ancora sentire qualcosa di assolutamente nuovo (cosa che accadrà con “De Mysteriis Dom Sathanas”, capolavoro e caposaldo indiscusso della così detta seconda ondata black metal): i Mayhem sono ancora saldamente legati alle sonorità extreme thrash ottantiane (Kreator, Sodom, Destruction, Slayer) ed al proto black metal di Venom, Celtic Frost, Sarcofago, Possessed e Bathory – tutti gruppi che i giovani norvegesi ammirano in modo incondizionato e che tentano di imitare, riuscendo facilmente a surclassarli in quanto a brutalità e violenza compositiva, lirica ed esecutiva: è sufficiente ascoltare la cover di “Witching Hour”, violentata e velocizzata all’inverosimile rispetto all’originale contenuta nello storico “Welcome To Hell”, per toccare con mano la distanza tra i Mayhem ed i loro padri putativi. Ed anche l’attitudine è differente: sul retro della copertina fanno bella mostra di sé una foto di Scott Burns, produttore americano noto in ambito death (tra l’altro per i lavori di mostri sacri come Sepultura e Death), barrata con un segnale di divieto, ed un disclaimer che recita: no fun, no core, no mosh, no trends, a segnare l’incolmabile diversità tra i Mayhem – che si definivano ancora una death metal band – ed il resto della scena estrema mondiale: nasce quello spirito arrogante ed autarchico che sarà una delle caratteristiche peculiari del black metal scandinavo. Ed ecco le canzoni, oltre alla già citata cover. Si parte con “Silvester Anfang”, celebre intro percussiva dal sapore quasi tribale, composta da Conrad Schnitzler dei Tangerine Dream, nella quale una scarna drum machine disegna architetture irregolari e geometrie bizzarre, quasi a preparare l’ascoltatore alla successiva colata di odio. Il riff iniziale della title track è celeberrimo, nella sua folgorante semplicità: granitico ed asfissiante – per molti versi ancora legato ad un certo sound ottantiano –, cede in breve il passo ad una serie di cambi di tempo che rendono “Deathcrush” un brano ferocissimo ma allo stesso tempo orecchiabile. Sulle trame chitarristiche concepite da Euronymous, si staglia il cantato disumano di Maniac, un urlo riverberato e lancinante da maiale sgozzato, dal quale pare letteralmente esalare dolore. Canzone semplicemente immortale; peraltro certificata come metal song più coverizzata di sempre: ed è un ulteriore riconoscimento all’influenza decisiva che questo dischetto ha saputo avere sulle generazioni coeve e future. Le successive “Chainsaw Gutsfuck” e “Necrolust” – la prima ispirata alla nota pellicola di Tobe Hooper (“The Texas Chainsaw Massacre”) e la seconda resa ancora più celebre e mortifera dalla malatissima interpretazione di Dead nel “Live In Leipzig” – seguono la medesima falsariga: riffing tagliente ed elementare ed uno sviluppo articolato ma anche immediato e dannatamente in your face, che rendono tangibile la morbosa oscurità che la band intendeva mettere in musica. Dopo la parentesi rappresentata dalla strumentale “(Weird) Manheim”, il lavoro si conclude con la deflagrante “Pure Fucking Armageddon”, autentica esplosione di rabbia iconoclasta, impreziosita dalla malsana prova canora di Messiah (accreditato come guest vocalist) – quasi certamente il pezzo più furioso, distruttivo, incazzato e cacofonico fino ad allora scritto in ambito metal. Il resto, come si suol dire, è storia: le chiese bruciate, l’omicidio di Euronymous, la diffusione a livello planetario – e la successiva diversificazione in mille rivoli e sottogeneri – del black metal di matrice scandinava, sono fatti noti a tutti. Musicalmente e sotto ogni altro aspetto “Deathcrush” rappresenta una sorta di ponte tra il metal estremo fino ad allora esistente e ciò che verrà in seguito: fondamentale ed imprescindibile pietra miliare; tutto (o comunque molto) nasce da qui.