Graveland – Dawn Of Iron Blades

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Dopo la prematura morte di Quorthon e dei suoi Bathory, i Graveland sono, secondo me, l’unico gruppo in grado di prenderne il posto. La band del factotum Rob Darken, da anni, porta avanti un discorso, teorico e musicale, di fiera cultura pagana. Partiti da un ambito black metal molto scontato e primordiale, se ne sono lentamente allontanati per avvicinarsi a territori più epici, debitori, almeno in parte, appunto dei defunti Bathory. A differenza del gruppo svedese, però, i pezzi sono assai più “movimentati”; ascoltandoli avrete davvero la sensazione di trovarvi catapultati indietro nel tempo, quando le battaglie venivano combattute corpo a corpo, a colpi di spada. Col passare degli albums, poi, i pezzi si sono fatti via via più articolati, senza perdere nulla in fatto di epicità. Anzi, proprio da questo punto di vista il gruppo ha subito una costante evoluzione. L’unico punto di contatto con le origini è costituito dalla voce di Darken, che resta sempre in screaming. E credo che la scelta sia più che azzeccata, perché questo tipo di vocals si adatta alla perfezione alla struttura dei pezzi. Una struttura articolata, come detto, per quanto riguarda i riffs ma, al tempo stesso, anche lineare e semplice nella costruzione delle songs. Soprattutto, una costruzione spontanea. Ogni riff segue il precedente in maniera naturale, cosa che non sempre accadeva in passato, dove si sentivano alcune forzature. Qui, invece tutto scorre fluidamente come sangue che sgorga da una ferita di guerra. L’unico appunto (extramusicale) che mi sento in dovere di fare riguarda “Semper Fidelix”: la dicitura corretta avrebbe dovuto essere “fidelis”. Lo so, è una stronzata, ma da futuro laureato in lettere e amante del latino non potevo tralasciarla…