Malign – Divine Facing And Fireborn

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La francese Norma Evangelium Diaboli, maestra nello scovare gruppi underground validi, questa volta ci delizia con gli svedesi Malign, ristampando in una lussuosa versione digipak due vecchi lavori della band, il 10’ Ep “Divine Facing”, originariamente pubblicato nel 2002 dalla End Of Life, ed il 7’ Ep “Fireborn”, risalente invece al 1998 ed uscito per la Shadows Records. La band, capitanata dal duo Mork, alle chitarre ed alla batteria, e Nord, alla voce, si avvale della collaborazione di alcuni sessions che variano per le due diverse releases, e propone un ottimo esempio di black metal venato da tinte melodiche, in pieno swedish style, che si fa forte di una produzione potente e pulita, forse un po’ meno precisa nel 7’ rispetto al successivo 10’. Partiamo proprio da quest’ultimo che si apre con “Sinful Fleshspear”, granitico mid tempo con un paio di accelerazioni che si chiude con un sinistro coro in clean vocals che intona un blasfemo “… Amen!!!”. Segue la velocissima title track, dotata di un buon riff portante, che fa il paio con la conclusiva “Entering Timeless Halls”, presente, in una versione peraltro assolutamente identica, anche nel più risalente 7’. L’episodio migliore del lotto è tuttavia senza dubbio la spettacolare “Ashes And Bloodstench”. Anche qui siamo in presenza di ritmi piuttosto cadenzati (la band, anche nei frangenti più violenti, non si abbandona mai alla furia primitiva fine a se stessa) che si velocizzano improvvisamente nel ritornello, introdotto da un riff che avrebbe fatto invidia a sua maestà Euronymous. La song è interrotta a metà da un canto gregoriano campionato che mette letteralmente i brividi. Del 7’ “Fireborn” non resta che commentare la title track, song dal sapore trash e dall’incedere tipicamente bathoryano, discreta ma non trascendentale. Molto particolare il cantato, una sorta di scream atipico dai toni declamatori, assai “pulito” e teatrale. In definitiva un buonissimo disco: questa band dimostra classe e valide doti tecniche e, se mai ce ne fosse stato bisogno, che per fare del buon black metal non è indispensabile suonare a mille all’ora né avere una produzione tipo “passaggio del treno in corsa”.