Mutiilation – Rattenkonig

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La creatura di Meyhna’ch, all’anagrafe Willy Roussel, è giunta ormai alla sua quinta fatica sulla lunga distanza, ma non sembra avere perso un grammo della rabbia e della disperazione degli esordi. Certo di acqua sotto i ponti ne è passata dal 1995, anno di pubblicazione di quella indiscutibile pietra miliare del black metal che risponde al nome di “Vampires Of Black Imperial Blood”, e la creatura è mutata, si è evoluta (con tutti i significati che si possono attribuire alla parola “evoluzione”), ha cambiato forma e aspetto senza tradire tuttavia le proprie origini infernali e blasfeme. Non si sa se le Black Legions esistano ancora, non si sa se il buon Willy abbia o meno definitivamente superato i suoi problemini con le droghe pesanti ma una cosa è certa: i Mutiilation hanno sfornato un ennesimo capolavoro, almeno una spanna sopra la media delle uscite di questi ultimi mesi. Il gruppo, divenuto ormai un solo-project del Nostro, è approdato a sonorità più quadrate e compatte rispetto al passato, anche moderne se vogliamo, grazie all’uso sapiente della drum machine, programmata su velocità davvero disumane, e le intrusioni di testiere e rumori disturbanti che si amalgamano alla perfezione con la furia devastante delle songs. L’opener è un up tempo micidiale con riffs assassini seguita a ruota da un pezzo altrettanto buono come “Testimony Of A Sick Brain”. Ma è dalla successiva “The Bitter Taste Of Emotinal Void” che si cominciano a gustare le novità di quest’album, a cominciare dalla performance vocale di Meyhna’ch che si attesta su livelli notevoli per la capacità di spaziare con grande facilità da uno screaming demoniaco in stile Attila Csihar ad un cantato “pulito” veramente folle e schizoide, a vocals filtrate e distorte all’inverosimile: “I, Satan’s Carrion” è la summa di questo “nuovo corso” dei Mutiilation con delle intrusioni rumoristiche aliene ed alienanti che si innestano sul tessuto musicale del pezzo come una putrida muffa parassita. Non mancano gli episodi più “groovy” e d’impatto come “Black Coma” e “The Ecstatic Spiral To Hell”, mentre la title track, distruttiva come un tornado nonostante la lunghezza, costituisce un po’ l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo sound dei Nostri. La song è ispirata ad un’antica ed orrorifica leggenda popolare secondo la quale i ratti si congiungerebbero insieme nottetempo utilizzando sangue, carne ed escrementi per dar vita ad una creatura mostruosa formata dall’unione inseparabile dei loro corpi, detta Re Ratto (“Rattenkonig” appunto). Il mood generale è come da tradizione glaciale e malato e le composizioni sono grezze e marce anche se la registrazione non è più pressoché incomprensibile come ai tempi del mitico full lenght di debutto. Si può dire che questo album prosegua sulla scia del precedente “Majestas Leprosus” di un paio di anni fa e che possa costituire una sorta di punto di svolta per la band, simile a quello che fu “Rebel Extravaganza” per i Satyricon (album da molti sottovalutato, ma secondo me eccelso, che ha influenzato decine di gruppi di nuova e vecchia generazione), fatte le debite proporzioni. Da avere e gustare fino in fondo