Funeral Mist – Manaratha

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“Manaratha”: una parola aramaica che compare una volta soltanto nel Nuovo Testamento, come saluto rivolto da Paolo nella prima Epistola ai Corinzi. Una sorta di strana invocazione che ben riassume il contenuto sfuggente ed oscuro di un album che vuole essere la fedele trasposizione in musica del caos assoluto. A ben sei anni di distanza dalla pubblicazione di quel “Salvation” che aveva fatto gridare al miracolo molti addetti ai lavori, risorge dalle tenebre infernali la creatura di Arioch alias Mortuus, forse meglio noto per la sua militanza in veste di singer nei Marduk. Si può ben dire che in questo lasso di tempo la creatura si è evoluta senza tuttavia snaturare la propria essenza morbosa e perversa che si sostanzia in un black metal catacombale e polveroso, più insinuante che feroce, che non disdegna sfuriate al fulmicotone ma che predilige i rallentamenti sulfurei, quasi al limite del doom o dello sludge. Qualcosa di simile avevano già tentato di farlo gli svedesi Mortuus, ma con risultati di gran lunga inferiori. Arioch, per l’occasione accompagnato da un session drummer sconosciuto, che svolge più che egregiamente il proprio lavoro, con pochi accorgimenti (ad esempio le distorsioni esasperate delle chitarre) riesce a rapire l’ascoltatore in un maelstrom sonoro disturbante che assomiglia tanto ad un trip andato male. Benché si tratti sostanzialmente di black metal ortodosso da ogni singola nota emana ed è chiaramente percepibile un feeling “acido” e “psichedelico” che rende il disco tanto ostico quanto affascinante: l’ideale punto d’incontro tra gli Ondskapt del debutto e band dall’imprinting settantiano come i Lurker Of Chalice. Impossibile non farsi trascinare nel turbine di negatività scatenato da pezzi come “Jesus Saves!” o “White Stone”. Impossibile non provare un brivido lungo la schiena all’ascolto degli intermezzi operistici di matrice gregoriana che fungono da intro ed outro dei vari brani. Impossibile non apprezzare la puntigliosa ricerca di stampo filosofico, magico e religioso compiuta a livello lirico. Un album maiuscolo, graziato da una registrazione roca e soffocata, lontana anni luce dalla perfezione plastificata delle superproduzioni e perfetta per un lavoro di questo genere. Da diverso tempo la Norma Evangelium Diaboli sembra non sbagliare un colpo.