Watain – The Wild Hunt

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Quinta fatica sulla lunga distanza per la band guidata dal carismatico Erik Danielsson, “The Wild Hunt” rappresenta un ulteriore tassello nel percorso evolutivo dei Watain. I nostri, partiti dal black metal devoto alla lezione dei Mayhem di dischi quadrati e feroci come “Rabid Death’s Curse” e “Casus Luciferi”, hanno saputo arricchire il proprio sound con elementi talvolta sorprendenti, senza tuttavia mai rinnegare le loro radici e restando sostanzialmente fedeli ai dettami stilistici della musica nera. Chi non aveva gradito la svolta dei precedenti “Sworn To The Dark” e “Lawless Darkness”, che da una parte recuperavano stilemi di appartenenza del black metal delle origini (Celtic Frost, Venom, Bathory) e dall’altra si aprivano a squarci melodici e ad influenze heavy ottantiane, non potrà apprezzare neppure questo nuovo lavoro targato Watain. “The Wild Hunt” infatti prosegue sulla strada tracciata dai suoi predecessori, che hanno permesso al trio svedese di assurgere al ruolo di guida del moderno movimento black e di affermarsi anche dal punto di vista commerciale, a dispetto di una proposta che continua a mantenere costanti certi canoni di estremismo sonoro. La voglia di osare senza corrompere le leggi immutabili del genere musicale di elezione ed una certa propensione sperimentale si palesano fin dall’opener “De Profundis”, pezzo veloce e d’impatto, che richiama alla mente i primi Dissection per la cura negli arrangiamenti e per la potenza delle melodie, introdotto da un breve excursus classicheggiante. L’abilità dei Watain consiste nel creare enfasi e tensione emotiva dando vita a brani carichi di pathos ed in grado di mettere in mostra un piglio epico e drammatico. Il debito nei confronti dei Bathory più paganeggianti è evidente ma viene pagato senza rinunciare ad un approccio personale e dannatamente oscuro: ne costituiscono due lampanti esempi la title track e la sontuosa suite conclusiva “Holocaust Dawn”, vero monumento funereo incastonano tra bizzarre note di violino. L’episodio più eclatante e che certamente farà più storcere il naso ai sostenitori della prima ora è “They Rode On”, sorta di semi-ballad sepolcrale, retta da arpeggi di chitarra acustica e da un cantato pulito molto sofferto, nella quale emerge il lato più introspettivo e malinconico della band. Pur decidendo di esplorare territori molto lontani dalle sonorità più ortodosse, i Watain, a differenza di altri gruppi ormai dediti ad un ripetitivo rock con vaghe reminiscenze black (chi ha detto Satyricon?), non smarriscono l’ispirazione e tengono comunque alto il vessillo dell’intransigenza. Le loro fughe progressive non sono infatti né immediate né di facile assimilazione ed il vecchio spirito nero emerge in tutto il suo infernale fulgore in canzoni devastanti come “The Child Must Die” e “Black Funeral March” od ancora “Outlaw”, sulla quale sembra aleggiare furtivo il fantasma dei migliori Iron Maiden. I Watain se ne fregano delle accuse dei più conservatori e vanno dritti per la loro strada curando in modo maniacale ogni uscita ed attribuendo il giusto peso all’immagine: finora i fatti hanno dato loro ragione. “The Wild Hunt” è un disco di black metal moderno che paga pegno ai maestri ma non fa del revival la sua unica ragione di esistere. Con buona pace di quanti continuano a nascondere la testa nel passato.