19-06-2010, Club71 – Milano

BLEEDING FIST
VEXED
AD HOMINEM
WATAIN

Questa edizione dell’Hellbrigade Fest, piuttosto attesa in quanto vedeva il ritorno in Italia dei Watain a poca distanza dalla pubblicazione della loro quarta fatica sulla lunga distanza, “Lawless Darkness”, é stata funestata da una serie incredibile di inconvenienti, dovuti in massima parte alla scarsa disponibilità dei proprietari/gestori del locale, che ha irrimediabilmente rovinato l’esibizione proprio della band svedese, peraltro già sfigata e poco organizzata di suo.

Ma andiamo con ordine. Ad aprire le danze sono gli sloveni BLEEDING FIST, gruppo giovane ma con una certa esperienza live sulle spalle, che dimostra di tenere il palco con grande sicurezza ed un’efficace presenza scenica. I nostri vomitano sugli ancora pochi presenti tutta la loro rabbia a suon di metal of death, proponendo brani schiacciasassi dal loro ancora ridotto ma valido repertorio, come “Sabbath Ov Mist” e “Dissected Dominion In Blood”, fino a concludere con una tellurica cover di “Messiah” degli Hellhammer. Qualche sbavatura esecutiva é del tutto irrilevante di fronte ad una prestazione che fa della violenza iconoclasta e dell’assalto black/death più blasfemo i propri punti di forza. Per il sottoscritto una graditissima ed inaspettata sorpresa.

L’assalto all’arma bianca prosegue con i veterani VEXED, gruppo nostrano che da anni si é ritagliato il suo onesto spazio nell’ambito della scena thrash più nostalgica e ottantiana, quella che fa riferimento ai primi Sodom, Slayer, Kreator e Destruction. L’esibizione della band é potente e sufficientemente coinvolgente, specie quando i nostri eseguono, com’é consuetudine nei loro live shows ormai da diversi anni, la cover del classico dei Venom “Black Metal”. Da segnalare anche le veloci ed annichilenti “Black Terror” e “Italian Aggressive Attack”. Per il resto i brani si susseguono senza particolari sussulti ma neppure clamorosi cali di tono ed alla fine il pubblico pare soddisfatto, nonostante la durata piuttosto contenuta della performance, comunque ricca di energia e violenza.

É quindi la volta degli AD HOMINEM. Il gruppo capitanato da Kaiser Wodhanaz sfodera una prestazione decisamente professionale ed esecutivamente impeccabile, grazie anche ai suoni cristallini e puliti di cui può godere, senz’altro i migliori della serata. Parte dei presenti é qui esclusivamente o soprattutto per loro ed infatti il pubblico, nel frattempo aumentato di numero, si dimostra partecipativo e recettivo nei confronti di una band che bada al sodo senza tuttavia trascurare l’aspetto scenografico e visivo della performance. Musicalmente il gruppo é solido ed il suo black metal nervoso, freddo e meccanico, ma decisamente groovy, sporcato talvolta da influenze più thrash oriented, talaltra da un marcato andamento industrial, risulta sostanzialmente efficace in sede live. La maggior parte dei brani é tratta dall’ultimo full length “Dictator – A Monument Of Glory”, ma non manca qualche salto nel passato (“Nuclear Black Metal Kampf” tra le altre) per la gioia di chi ha amato soprattutto gli esordi della band. Uno spettacolo compatto e positivo.

Gli headliner WATAIN salgono sul palco già con un discreto ritardo sulla tabella di marcia, dovuto, lo si saprà soltanto in seguito, al ritardo di diverse ore accusato all’atterraggio dall’aereo che li portava in Italia. C’è quindi poco tempo per il soundcheck, che viene svolto in modo approssimativo, e la band non ha tempo di organizzare lo show pirotecnico che aveva promesso ai propri fans.

I nostri attaccano comunque con buon piglio ed il suono é tutto sommato più che accettabile. Si parte con un’inaspettata cover di “The Return Of Darkness And Evil” dei Bathory, eseguita in modo trascinante. Erik Danielsson e compagni sembrano in forma ed il leader ha modo di arringare e ringraziare il pubblico prima della sulfurea e rocciosa “Sworn To The Dark” (per alcuni il pezzo della svolta “commerciale” per il combo svedese). Poi durante l’esecuzione di “Legions Of The Black Light” accade l’imprevisto: pare che si rompa d’improvviso la corda di una chitarra e che i Watain non abbiano con sé uno strumento di riserva. Si perde del tempo ma i nostri tornano sul palco e riprendono a suonare. Inevitabilmente però l’atmosfera cupa e maligna che il gruppo era riuscito a creare si é ormai dissolta in modo irreversibile.

Il colpo di grazia lo danno i gestori del locale, i quali alle 23,30 precise – ora in cui il concerto avrebbe dovuto avere termine per fare posto ad una serata latino americana (olé!!!) – hanno la geniale pensata di accendere tutte le luci e staccare l’audio. Comprensibile la conseguente incazzatura della band che decide di lasciare il palco definitivamente; meno comprensibile un certo atteggiamento da rockstar viziate che si concretizza nel lancio tra l’incolpevole folla di una testa di maiale congelata.

E così mentre i “metallari” vengono praticamente fatti sloggiare a forza da nerboruti buttafuori, ha termine ingloriosamente una serata che sembrava nata sotto i migliori auspici. Fortuna che la Nihil ha deciso di non appoggiarsi più a questo ineffabile Club 71. Che possa bruciare e che i suoi gestori possano riposare in pace. Una questione tuttavia ancora mi angoscia: che fine ha fatto la testa di porco?

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