Blackdeath – Satan Macht Frei

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Dalle scarse notizie che sono riuscito a reperire in rete, i Blackdeath dovrebbero essere una band russa, giunta ormai con questo “Satan macht frei” (titolo stupendo!), edito da Drakkar Productions, al fatidico traguardo del terzo album, dedita ad un NSBM di stampo classico. Nonostante questo le lyrics sono interamente in lingua tedesca ed il gruppo ci tiene a non essere etichettato come una band politicamente compromessa; si legge infatti sul booklet a chiare lettere: “Blackdeath is certainly not a nazi band or a political band. We piss on those who think and claim so”. Misteri dell’underground a parte, la band in questione sa il fatto suo e mi ha piacevolmente sorpreso con una proposta assolutamente distruttiva e devastante. Il black metal dei Nostri è sicuramente tradizionale, sporco, ruvido, lineare ma i Blackdeath dimostrano un’insospettabile personalità ed una freschezza d’esecuzione che è sempre più cosa rara. Le songs sono molto canoniche, con variazioni minime di tempi ed atmosfere ma così intrise di malvagità allo stato puro e di rabbia verso l’umanità tutta che è un perverso e sottile piacere lasciarsi travolgere dal tornado d’odio che si scatena dalla prima all’ultima nota del disco. Poco più di trenta minuti di delirio e schizofrenia. Lo stile è accostabile al tipico sound dell’Est: batteria a mille, chitarre ultra zanzarose, basso non pervenuto. I Blackdeath ricordano da vicino i Nokturnal Mortum meno “lunari” o alcune cose degli Astrofaes più violenti o dei primi Zorn, ma la loro proposta è decisamente più cruda e primitiva, tanto da essere accostabile, per le sensazioni profondamente gelide e mortifere che riesce a creare, a quella dei russi Old Wainds. I pezzi sono molto simili l’uno all’altro, con prevalenza delle parti veloci su quelle cadenzate, dei veri e propri blocchi monolitici scagliati in faccia all’ascoltatore senza alcuna pietà. Un vortice annichilente di perversione in cui spicca per la violenza sonora scatenata “Satanische endlosung”, nella quale è anche possibile udire, nel caos più infernale, un breve assolo ultra distorto. La voce è uno screaming atipico, selvaggio e stridulo: il singer a tratti sembra “mangiarsi le parole” tanto le sue urla sono malate, sofferenti e disumane. La produzione è grezzissima ed artigianale, quindi perfetta. In conclusione un ottimo disco e un’altra band proveniente dall’Est Europa da tenere d’occhio.