Darkthrone – Old Star

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È da poco sul mercato, via Peaceville Records, la nuova fatica sulla lunga distanza dei Darkthrone, la diciottesima per l’esattezza, a tre anni di distanza dal precedente “Arctic Thunder”: e ciò basta a far tremare i pilastri del cielo, in quanto un nuovo platter dell’ormai iconico duo norvegese è sempre in grado di scuotere l’audience metallica. È quasi banale sottolineare l’importanza storica che ha avuto e tuttora ricopre questa band e il peso specifico nella storia non solo del black metal mondiale ma di tutto il metal estremo: senza girarci troppo attorno, i nostri sono stati degli autentici pionieri, il loro sound e la loro attitudine hanno influenzato centinaia di gruppi sparsi in tutto il mondo e questo ha creato il mito nella percezione collettiva. Così che la loro più recente evoluzione verso lidi lontani da quello che era ormai il loro classico trademark ha inevitabilmente diviso i fans in opposte fazioni. Tanti sono fermi al così detto “periodo aureo” della band, quando il face painting era d’obbligo come la cravatta per un rappresentante e la registrazione da cantina faceva scuola per legioni di adolescenti che si approcciavano al black metal; costoro guardano con sospetto al presente, ormai rassegnati a dover rimpiangere per sempre i bei tempi andati, quelle sonorità gelide, le fiaccole, le foreste e le coltri nevose. Dall’altra parte abbiamo i classici die hard fans, meno allineati con gli autoproclamatisi ortodossi custodi della nera fiamma, ma che comunque seguiranno la band pure nelle viscere dell’inferno, convinti che ogni nota registrata dal combo norvegese sia comunque di qualità, a prescindere. Noi ci posizioniamo nel mezzo, come il classico ago della bilancia, cercando per quanto possibile di valutare con la massima “neutralità” possibile questo attesissimo nuovo disco che, volenti o nolenti, spaccherà la platea dei fans tra chi lo amerà alla follia, chi lo detesterà e pure qualcuno che potrà rimanere indifferente. Del resto gli ultimi tre decenni hanno visto la band cavalcare più generi, con alcune costanti, che sono presenti anche in questo nuovo lavoro: la musica è rimasta sporca e low-fi in tutti i sensi, mentre Fenriz e Nocturno Culto hanno sempre saputo ringhiare come giovani leoni, sostanzialmente indifferenti alle critiche, anche se negli ultimi tempi forse in maniera più ponderata, matura e consapevole anche del “peso” del nome Darkthrone. “Old Star”, a detta della band in più interviste, è un album che vuole essere a tutti gli effetti un tributo agli anni ottanta. Le influenze di gruppi come Candlemass, Witchfynde, Pentagram, senza dimenticare i Cathedral, sono presenti in ogni singola nota del platter, dandogli quel piacevole sapore di amarcord e di già sentito ma mai, per questo, scontato; così come fanno capolino spesso e volentieri accelerazioni alla Maiden e qualche reminiscenza alla Manowar. Lo stesso Fenriz poche settimane fa diceva appunto che: “io e Ted abbiamo creato diversi riff tipici di “Epicus Doomicus Metallicus” su “Old Star”, credo. Sto quasi sempre facendo riff degli anni ’80, sono molto legato a questo periodo e quel modo di suonare. Abbiamo un sacco di pezzi doom tradizionali così come slow thrash e slow heavy metal ma anche del death metal classico e Ted ha vari riff di black metal”. Gli intenti della band pertanto sono stati chiari sin dall’inizio e sono tangibili non appena “I Muffle Your Inner Choir” parte con un bel mid tempo che accompagna un giro di chitarra melodico e funzionale a linee vocali davvero ben riuscite, dannatamente old school, che rientra in pieno nel percorso di recupero delle sonorità proto-black messo in atto dalla band ormai da qualche tempo. La seconda metà del brano però rallenta in modo quasi rocambolesco, per poi riprendere il riff iniziale in maniera altrettanto brusca e irruenta. Nel complesso il pezzo sembra avere una dinamica quasi forzata e poco fluente ma risulta comunque sufficiente.

La seguente “The Hardship Of The Scots” ha un’intro molto debitore a “Blood Of My Enemies” dei kings of metal americani: anche in questo caso la song subisce un rallentamento, ma più ragionato, ed evolve in un continuo saliscendi di cambi di tempo ed accelerate davvero ben riuscite (al terzo minuto da brividi), abbellite dal suono caldo degli strumenti. Plauso assolutamente meritato va alla produzione: praticamente perfetta come resa sonora, potente, calda e vintage, si sposa alla perfezione con l’attitudine ottantiana del platter, il che per i Darkthrone risulta essere una piccola ma significativa novità. La title track chiude la prima parte del disco con buona ispirazione ma senza fare sobbalzare dalla sedia, e in effetti inizia a farsi sentire qualche scricchiolio, data la sostanziale ripetitività delle soluzioni proposte. Il “lato B” parte con “Alp Man”, introdotta da un riff doom a tutti gli effetti, in verità abbastanza banale e per nulla ricercato, che poi si evolve in atmosfere sabbathiane e ricche di pathos orrorifico, direttamente dai più neri anni settanta, grazie a partiture di chitarra oscure che accompagnano la voce straziata di Nocturno Culto. Il nostro è protagonista in tutto il lavoro di una buona prova vocale, anche se qua e là risulta leggermente monocorde, mentre in altri contesti aveva dato prova di maggiore flessibilità, pur rimanendo fedele al suo marchio di fabbrica e ai canoni della band. Il disco prosegue con la piuttosto prevedibile “Duke Of Goat”, che rappresenta un brano standard per la band, con il suo up-tempo di fondo ed i rallentamenti “tattici” piazzati qua e là: un pezzo che però scivola via dopo il primo ascolto, rischiando di non aggiungere nulla al platter. La conclusiva “The Key Is Inside The Wall” è l’ennesimo brano di matrice doom, ancora più lento degli altri, ma che si mantiene dinamico grazie al ritornello e ad una ben riuscita variante di pura matrice punk old school.

“Old Star” è un disco concepito per suonare esattamente in questo modo, recuperando un certo tipo di sonorità: vecchio doom, vecchio heavy, insomma vecchio metal. È davvero old school fino all’osso e dimostra la coerenza e la genuinità di una band che prosegue imperterrita il proprio percorso, fregandosene di tutto e tutti. Tuttavia non si può parlare di un disco memorabile o imprescindibile nella discografia dei nostri. I buoni pezzi così come le buone idee nei trentotto minuti che compongono il full length non mancano assolutamente ma spesso sono isolate o non perfettamente collegate tra loro. E inoltre manca quel sussulto, quel brano e più generalmente quel “non so che” che ti fanno capire di avere tra le mani un lavoro speciale, che rimarrà sul piatto del nostro lettore per lungo tempo. L’eccessiva ridondanza di alcuni riff ripetuti all’infinito fa emergere in vari passaggi un’ispirazione non sempre all’altezza dei momenti migliori, anche considerando soltanto il periodo post “The Cult Is Alive”, che ci ha regalato album di tutto rispetto, con buona pace degli inguaribili nostalgici: si ha insomma una diffusa sensazione di stanchezza e di appannamento, un trend che prosegue dal precedente e non entusiasmante “Arctic Thunder”. “Old Star” è un disco discreto, a tratti molto buono, ma pur sempre al di sotto delle aspettative che si potrebbero legittimamente nutrire nei confronti di una band che ha scritto in lettere d’oro il proprio nome nell’albo del metal estremo. Ma c’è da giurare che i nostri due inossidabili vecchietti se ne fregheranno anche questa volta e andranno avanti, come sempre, lungo la loro strada.