Horna – Kuoleman Kirjo

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Quando ci si appresta a recensire certi nomi si ha un timore reverenziale dovuto a molteplici aspetti, che spaziano dall’importanza che la band ha avuto o che ha tutt’ora in un determinato contesto musicale, all’iconicità e a tutti quei sentimenti che può smuoverti all’interno. È quasi inutile dirlo ma, a ogni uscita discografica degli Horna, il tempo si ferma e si rimane a riflettere su quanto possa essere importante il black metal nella nostra vita. Con “Kuoleman Kirjo” il combo finlandese raggiunge la fatidica quota del decimo lavoro sulla lunga distanza e pure questa volta, al netto di inevitabili autocitazioni e di una durata del platter forse eccessiva (circa settanta minuti di massacro sonoro), Shatraug e i suoi fidati discepoli riescono a regalarci l’ennesimo album che, seppur non brillando per originalità, di sicuro vanta ancora dei capitoli dove la mano di chi è ben navigato si sente eccome. Dicevamo: circa settanta minuti di classico black metal della vecchia scuola finnica, dove le contaminazioni non sono di casa, ma d’altro campo non possiamo chiedere altro agli Horna. Sono passati cinque lunghi anni dal più diretto “Hengen Tulet” ma la bestia non si è mai assopita. “Kuoleman Kirjo” non toglie e non aggiunge nulla all’immenso catalogo della band (si contano circa cinquanta uscite ufficiali nei più svariati formati, croce e delizia per ogni collezionista) ma serve esclusivamente a rimarcare l’egemonia dei nostri sul trono di Finlandia, insieme a mostri sacri come Sargeist, Impaled Nazarene, Satanic Warmaster, Behexen e diversi altri.

Questo nuovo capitolo, come da tradizione, mette subito le cose in chiaro, partendo con violenza e prepotenza incontrollate, che esplodono nelle prime note dell’opener “Saatanan Viha”, massacro frontale occulto e devoto al signore del male: le chitarre incessantemente tessono le classiche melodie macabre e maledette, anche se vengono leggermente penalizzate dal caos generale, che spesso rischia di creare confusione nella fruizione dei pezzi.

Da subito si percepisce come il disco sia un vero e proprio assalto alla baionetta, cosa che effettivamente ci aspettavamo, ma in un contesto di tredici lunghi brani questa guerra sonora invoglia spesso allo skip compulsivo, dovuto alla somiglianza dei pezzi, per via di metriche e strutture molto simili, in una scaletta dove i sussulti latitano per lunghi periodi lasciando spazio a un riffing buono ma talvolta anonimo. “Sydänkuoro” finalmente ci fa soffermare piacevolmente all’ascolto: di sicuro è il miglio pezzo della prima parte del disco, dove la classe della band risalta in tutta la sua magnificenza, grazie a un grandissimo riff e a un tappeto di doppia cassa in up tempo, che ruba la scena al più impersonale blast beat che in certi frangenti risulta sin troppo noioso.

La prova di Spellgoth dietro il microfono è apprezzabile: pur non brillando in personalità, il nostro si rende protagonista di una buona prestazione, non facendo rimpiangere il suo illustre predecessore Corvus; e il suo cantato viene abbellito anche da backing vocals pulite, che in più di un’occasione riescono a far emergere il brano. Da qui in poi il disco ha un’evoluzione abbastanza standard in quello che può essere generalmente un disco medio di black metal nord europeo, anche se a dire il vero i pezzi migliori sono contenuti proprio in questa parte centrale del lavoro.

Tra tutti emerge “Haudattujen Tähtien Yönä”, l’unico vero capolavoro del disco, che con i suoi cori in clean e un riffing marziale al limite del thrash, riesce da solo ad alzare di qualche punto la valutazione finale di un platter che diversamente non sarebbe stato nulla di esaltante, complice una ricerca più attenta che sfocia in soluzioni non per forza ortodosse. Da segnalare anche, in chiusura, “Ota Minut Vastaan”, che ci manda a letto nel migliore dei modi, grazie a un incedere ossessivo di cori al limite del liturgico, che fanno da contraltare a un riffing prepotente e alla prestazione vocale del solito Spellgoth, che anche in questo caso riesce a essere sopra le righe.

Cosa chiedere di più agli Horna, dopo venticinque anni di onorata carriera e dedizione alla causa della fiamma più nera e blasfema? Assolutamente nulla, e ciò che fa piacere è vedere come questi musicisti, con il passare del tempo, non affievoliscano la loro fede in un genere musicale che essi stessi hanno contribuito a plasmare e canonizzare, al netto di qualche filler o di brani effettivamente un po’ scontati, che riescono però pur sempre a fare breccia nei nostri cuoricini intrisi d’odio e miseria.

“Kuoleman Kirjo” è un disco suonato con la classe che solo una band così navigata può avere e una dedizione alla causa superiore alla media. I missili in blast ci sono, i cambi di tempo pure, tutti gli elementi tipici del black finlandese fanno capolino in ogni singolo secondo del disco; però tutto suona con il pilota automatico, forse troppo in certi casi, e la durata eccessiva dell’album penalizza quel pugno di brani meglio riusciti, rischiando di farli entrare nel vortice dello skip compulsivo. Per il resto, che dire? Questo è un disco degli Horna nel 2020, prendere o lasciare.