Nunslaughter – Red Is The Color Of Ripping Death

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I Nunslaughter credo davvero che non abbiano bisogno di particolari presentazioni. Attiva dal lontano 1987 la band capitanata dall’indiscusso leader e cantante Don Of The Dead si è da sempre fatta fiera e orgogliosa portabandiera di una mistura malefica di tradizionale death metal made in USA e bastardissimo hardcore punk con corollario di blasfemie varie, che i nostri veterani della scena estrema fin dagli esordi hanno denominato “devil metal”: un cocktail esplosivo che il gruppo ci ha violentemente vomitato addosso in un numero incalcolabile di uscite nei più vari formati, specialmente di breve durata, tanto che quando si parla di una band prolifica per antonomasia è proprio a loro che si pensa (insieme a Sabbat e Agathocles), considerato che il loro catalogo è un elenco di millemila pubblicazioni, tra cui “solo”quattro full length. Questo “Red Is Color Of Ripping Death” è la loro quinta fatica sulla lunga distanza: si presenta con la consueta (bella) copertina devota al satanasso ed esce per quei maniaci della Hells Headbangers Records, etichetta che fin dalla sua fondazione nei primi anni duemila ha dimostrato di amare e supportare l’ensemble a stelle e strisce. L’album è il primo ad uscire dopo la morte del batterista “storico” Jim Sadist, prematuramente scomparso nel 2015 e contiene sia vecchio materiale composto da quest’ultimo e dal frontman sia musica scritta più di recente dalla nuova formazione della band che, a detta dello stesso Don, è probabilmente la migliore che la stessa abbia mai avuto. Ed in effetti la prova di tutti i musicisti coinvolti (Tormentor alla chitarra, Wrath alla batteria e Detonate al basso) è davvero convincente e risulta coesa sotto ogni punto di vista, merito anche di una produzione finalmente all’altezza, potente e ben equilibrata, che sublima la violenza sonora sprigionata dagli strumenti e dall’ugola ferina e rauca del singer.

Musicalmente l’album non offre in realtà nulla di nuovo a quanti già conoscono la proposta aggressiva dei Nunslaughter, che anche in questo caso tengono fede al loro tipico trademark e continuano imperterriti a lanciare bombe death/hardcore, sporcate però da un approccio decisamente più thrash old school rispetto al passato, che la registrazione professionale ma ruvida ed una vena compositiva sopra la media rendono sadicamente piacevoli, grazie anche e soprattutto alla capacità della band di condensare buone idee in brani dal minutaggio contenuto, per questo ancora più abrasivi e ficcanti, con quelle necessarie variazioni sul tema che tengono alta l’attenzione dell’ascoltatore.

Si passa così da schegge impazzite come “To A Whore” e la title track, brani caustici ed affilati, particolarmente indicativi del vecchio/nuovo corso del gruppo, ad episodi più pesanti, oscuri e carichi di groove come “Banished”, “Eat Your Heart”, “Beware Of God” e “Casket Lid Creaks”, fino alla furiosa apoteosi in salsa punk della conclusiva “Below The Cloven Hoof”, ma in sostanza non ci sono cadute di tono: si sta sempre sul filo del rasoio, con quei due/tre riff asciutti, quella seziona ritmica che è un costante invito all’headbanging e canzoni che riescono perfino a risultare orecchiabili (cito ancora una volta la title track) pur tenendosi al riparo da qualsiasi tentazione melodica. Insomma i Nunslaughter con queste quattordici tracce per poco più di mezz’ora di musica confermano per l’ennesima volta il vecchio adagio per cui nel metal le cose semplici (che poi lo sono soltanto in apparenza) sono quelle che quasi sempre funzionano meglio.

Tirando le somme “Red Is Color Of Ripping Death” non mancherà di soddisfare i fans del combo statunitense e quanti amano il death metal nella sua forma più energetica ed essenziale: probabilmente non sarà una pietra miliare del genere nei decenni a venire ma questo lavoro è un ulteriore, validissimo tassello nella carriera di una band che in ambito estremo ha detto e continua a dire la sua con una certa autorevolezza; e dopo oltre trent’anni di carriera sotto l’insegna del caprone non mi sembra poco. Quando il metal estremo comincia a diventare troppo raffinato c’è bisogno di dischi come questo. Delicatissimi!