Enepsigos – Wrath Of Wraths

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Nati nel 2016, i norvegesi Enepsigos pubblicarono l’anno seguente il loro album d’esordio “Plague Of Plagues”, sotto l’egida della Drakkar Productions, discretamente accolto negli ambienti underground. Ora, dopo tre anni di intervallo, eccoli tornare in pista con la loro nuova fatica sulla lunga distanza, a seguito della firma con la francese Osmose Productions e dell’uscita dalla band del chitarrista e bassista Straff, prontamente sostituito da Rituul. Gli altri due membri del gruppo sono Thorns alla batteria (in realtà il nostro Gionata Potenti: sarebbe davvero impresa ardua citare tutti i progetti ai quali collabora o ha collaborato e quindi mi limito a nominarne alcuni tra i più noti, ovvero Frostmoon Eclipse, Blut Aus Nord e Chaos Invocation) e V.I.T.H.R. alla voce (in realtà Doedsadmiral, conosciuto per la sua militanza in Nordjevel e Svartelder). Una formazione di tutto rispetto quindi, dalla quale è lecito aspettarsi un lavoro degno della capacità e dell’esperienza dei musicisti coinvolti. Ed in effetti questo “Wrath Of Wraths” (che, lo dico subito, non fa assolutamente gridare al miracolo) è un prodotto solido, che si colloca nel solco della migliore tradizione del black metal nordico, assorbendo spesso e volentieri influenze più marcatamente religious e presentando in ogni sua nota un alone di oscurità e disgusto che ben si sposa con l’andamento contorto e ritualistico della musica.

La band pesta duro dall’inizio alla fine e si concentra soprattutto sulla creazione di un’atmosfera viscida e rancorosa, riuscendoci bene tra cupe dissonanze e bizzarre geometrie chitarristiche, pur utilizzando stilemi decisamente consolidati nell’ambito del black metal a sfondo satanico e qualche espediente ormai abusato ma sempre efficace, come ad esempio qualche effetto ambientale qua e là, le inquietanti voci registrate in “Shields Of Faith”, le urla angoscianti che si sentono durante “The Whore Is The Temple” (immagino della signorina in questione) o i sinistri cori gregoriani che spezzano in due la furiosissima “Cups Of Anger”, che, nonostante questo o forse proprio per questo, resta in ogni caso l’episodio migliore del lotto, insieme alla più cadenzata ma altrettanto funerea “Seventh Seal”.

Insomma la violenza e una certa sinistra maestosità di fondo la fanno da padrone indiscusse ma sono in fin dei conti veicolate attraverso una certa immobilità stilistica e compositiva che rappresenta certamente il maggior ostacolo all’ascolto di questo album e che rende il tutto molto monolitico: sensazione che viene acuita ulteriormente dalla lunga durata dei brani, in media intorno ai sei-otto minuti, non sempre bilanciata da guizzi esecutivi degni di nota.

Stiamo comunque parlando di un lavoro ben scritto, ben suonato e prodotto con i giusti accorgimenti per dare corpo ad un suono mefitico e infernale quanto basta senza rendere indistinguibili gli strumenti e senza creare quella cacofonia che in un prodotto del genere sarebbe stata probabilmente fuori luogo.

Un disco in tutto e per tutto di genere, con tutti i limiti che ciò comporta, ma che riesce comunque ad essere intenso ed emotivamente coinvolgente, a patto che vi accontentiate di una pietanza già assaporata decine di volte, qui riproposta da cuochi decisamente in gamba.