Sagenland – Oale Groond

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Dopo oltre quindici anni dalla loro prima ed unica testimonianza registrata, lo split in compagnia dei Vargulf edito nel 2005, gli olandesi Sagenland si sono decisi a tornare con quello che è a tutti gli effetti il loro esordio discografico sulla lunga distanza. È passato così tanto tempo che dobbiamo considerarli una band “nuova” nel fantastico e variopinto mondo del black metal, e i due membri Floris e Arjan sono ormai dei ragazzini un po’ attempati che però non si sono persi d’animo: “Oale Groond” sarà il loro lascito ai posteri; un disco che non sposta gli equilibri del metal estremo ma aggiunge un piacevole tassello, grazie a una proposta ben concepita che si districa tra paganesimo, natura incontaminata, leggende e miti di terre non lontane ma di epoche ormai perdute; il tutto condito da un black metal di stampo classico dove gran spazio viene lasciato alle aperture atmosferiche e folk, ad enfatizzare i racconti che la band ha deciso di narrarci. Una bella copertina di solito è un ottimo biglietto da visita, anche se la storia ha spesso smentito tale teoria (basti pensare all’album nero dei Metallica o all’album bianco dei Beatles: copertine in un certo senso banali che sono state l’involucro di successi planetari). D’altra parte esistono quei dischi dalla copertina così dettagliata o particolare che ti fa calare immediatamente nel feeling dei brani che andremo ad ascoltare.

È il caso di “Oale Groond”, che ci accoglie nel suo mondo con un dipinto davvero affascinante quanto, a modo suo, oscuro (“Landscape with Watermill” dell’artista Willem Steelink, 1856-1928): le tinte ocra sono d’altri tempi e il paesaggio campestre ci fa piombare direttamente nella regione rurale di Twente, da dove provengono i Sagenland, tra praterie, antiche fattorie e querce secolari; un mondo lontanissimo dalle maledette tecnologie che sempre più inquinano la nostra quotidianità. Black metal dalle forti contaminazioni folk e atmosferiche si diceva, per farci calare nella realtà rurale che i Sagenland raccontano in dialetto “Twents”, la loro lingua madre, per enfatizzare la purezza e la magia dei “Witte Wieven”, le creature mistiche che popolano i boschi e vivono dentro le collinette costruite dal diavolo, dove rimangono nascoste sino a sera, per poi uscire e rapire pastori e commercianti. Suoni folkloristici, di mestieri campestri e legna che arde aprono nel migliore dei modi questo platter, che nelle dieci tracce si sviluppa in maniera elegante e sobria, tra break atmosferici e sferzate veloci e letali, mai dimenticando linee melodiche di una certa importanza sottolineate, oltre che dall’utilizzo di strumenti popolari (ad esempio il “midwinterhoorn”), dal cantato pulito che intona vecchie poesie e antichi racconti locali.

In maniera saggia la band ha deciso di ri-registrare i tre brani contenuti nello split del 2005, che si sposano in maniera egregia con le nuove composizioni, dando luce a un lavoro complesso e non banale, che lentamente catapulta l’ascoltatore in terre fantastiche, con i nostri a fare da occulte guide turistiche, tra boschi, elfi e fattorie. Dai blast e tremolo picking ai momenti più intimi e atmosferici, il percorso tra queste terre magiche è servito e, con pezzi come “Bladval”, “In ’T Bos” e la fuoriosa opener “De Jammerklachten Van Singraven-Eerste Deel”, non avremmo modo di annoiarci, passando una mezz’ora abbondante tra canti d’altri tempi e furiose frustate di metallo senza compromessi. Notevole pure la produzione, che suona analogica e calda, in linea con il genere e le atmosfere proposte dalla band, senza mai essere eccessiva o fuori luogo con suoni schifosamente pompati o artificiali. I Sagenland indossano orgogliosamente i loro vestiti di panno sgualciti e ci ricordano quanto possa essere bella la routine della campagna, in un mondo come quello attuale che sempre più emargina nel dimenticatoio usi e costumi, confinandoli in chissà quale cassetto della memoria.