Abdicatrix – Melancholia

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Continuiamo a seguire la scena underground inglese, della quale ci siamo già occupati sulle nostre pagine virtuali, con particolare riferimento ai molti gruppi provenienti dalla Cumbria (cito ad esempio l’omonimo dei Nefarious Dusk, “Temple Of Flesh” dei Morte Lune o ancora l’omonimo dei Thy Dying Light), regione che in fatto di black metal negli ultimi anni sembra essere decisamente viva e produttiva. Questa volta ci spostiamo nelle umide e nebbiose strade della capitale (almeno ci piace immaginarle così) perché proprio da Londra arriva il progetto Abdicatrix (il primo nome del gruppo era il non troppo originale Nonserviam), quasi una all females band, nel senso che quattro membri su cinque appartengono al gentil sesso, il che rappresenta se vogliamo già un tratto distintivo perché in effetti sono davvero poche le bands black metal formate interamente o quasi interamente da donne (ricordo le non entusiasmanti greche Astarte). Le Abdicatrix, che vantano un logo disegnato da sua maestà Christophe Szpajdel, esordiscono direttamente sulla lunga distanza con questo “Melancholia”, che esce sotto l’egida della connazionale UKEM Records (etichetta che si occupa anche di death e grind e che si sta dando molto da fare per promuovere soprattutto le realtà locali) e si presenta con una bella copertina, evocativa e dal tratto decisamente retrò, raffigurante una sorta di demone femminile che sorge da un bosco secco e ritorto, opera di Daniel Corcuera.

Musicalmente la proposta della band non si discosta molto da quella che sembra dominare incontrastata la scena britannica e si sostanzia in un black metal che rispetta alla lettera tutti i canoni del genere, asciutto e glaciale, furente come una tempesta di neve, evidentemente influenzato dalla seconda ondata norvegese (e il debito viene pagato per intero, con la necessaria dose di umiltà e di consapevolezza). Screaming roco e aspro, registrazione grim e sporca quanto basta (ma anche sufficientemente potente, bisogna evidenziarlo), tremolo a go-go e furiosi assalti in blast beats che si alternano a passaggi più cadenzati. Insomma ogni cosa è al suo posto e tutto suona prevedibile ma non per questo spiacevolmente scontato: la band, pur essendo al suo esordio assoluto, pare avere le idee abbastanza chiare e di suo ci mette un tocco melodico davvero oscuro e malinconico, che pervade sia il riffing che gli assoli e che rende la loro musica accostabile più ancora che ai consueti grossi nomi (i riferimenti ai vari Darkthrone, Immortal e primi Emperor ovviamente ci sono e sono piuttosto evidenti) a realtà forse meno note come Trelldom e Demonic.

L’album quindi è lineare e non riserva molte sorprese ma risulta nel complesso riuscito e non si può certo affermare che canzoni cupe, crude e cariche dell’uggiosa negatività di una nuvolosa giornata di ottobre come la title track, “The Curse Of Clay And Blood” e la conclusiva “Abysm Entente”, o ancora le più lente, cadenzate e quasi doomish “Soteira” e “Tempest Quintessence”, siano prive di spunti di interesse. In definitiva, se non avete mai smesso di amare le sonorità vecchio stampo e se la parabola del true norwegian black metal vi manda ancora adesso in brodo di giuggiole, “Melancholia” potrebbe placare per un certo tempo i vostri istinti primordiali: un disco che probabilmente non sarà troppo longevo ma che dimostra una volta di più il discreto stato di forma di una scena indubbiamente da tenere d’occhio.