StarGazer – Psychic Secretions

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Dal paese dei canguri arrivano sempre buone perle di violenza, frutto di una scena metal radicata sul territorio fin dagli albori del genere. Oggi parliamo di una nuova piacevole scoperta nel panorama black/death, “Psychic Secretions” degli StarGazer, band giunta ormai al quarto full length, che in venticinque anni di attività si è confermata come una delle realtà cardine della scena estrema australiana (abbiamo parlato di loro sulla nostre pagine virtuali con la recensione del precedente “A Merging To The Boundless” del 2014). Ed in effetti la qualità di una band consolidata si sente fin dalle prime note arpeggiate dell’intro, che si distingue per un sapiente uso dell’armonia, volta a creare particolari e inquietanti atmosfere.

I brani sono mediamente lunghi, tutti sui cinque minuti, e sapientemente strutturati, facendo intuire una grande consapevolezza del genere e dei rispettivi strumenti. Riffing violenti e spediti si alternano a criptici assoli dalle armonie fuori dal comune. La batteria disegna una buona varietà di ritmi, adattandosi sia alle sfuriate che alle parti più riflessive. Una nota d’onore al basso, in grado di destreggiarsi in assoli assolutamente innovativi e tecnici per questo genere, reggendo al contempo i complessi giri di accordi utilizzati dalle chitarre.

I ritmi si alternano tra sfuriate black, marce cadenzate e lente cantilene, dove la creatività della band si sbizzarrisce anche con un intelligente uso dei sintetizzatori, conferendo ampiezza e potenza al suono. La voce è un misto tra growling e screaming, forse un po’ sottotono rispetto al resto della strumentazione, in quanto non riesce mai ad emergere veramente, rimanendo come un sussurro che va inevitabilmente a mischiarsi con gli altri strumenti. Se bisogna trovare un difetto a questa produzione, è forse il leggero senso di ripetitività che si avverte dopo un po’, a causa di una decrescente inventiva nel riffing, che diventa sempre più simile a sé stesso, e ad una sostanziale ripetizione perenne della stessa struttura in tutte le canzoni. Punta qualitativa assoluta della produzione è l’ultima canzone, nonché la più lunga dell’intero album. Con essa si raggiungono alti livelli di ispirazione e originalità, e il sound della band viene mischiato per creare un amalgama davvero ben riuscito.

Tirando le somme, un album davvero buono, che nei brani centrali pecca un po’ di monotonia, ma che sicuramente spicca nel complesso per l’originalità e la varietà delle formule adottate. Una piccola perla.