Grima – Rotten Garden

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Krasnoyarsk è un’importante città della Russia siberiana; la temperatura media a gennaio è di -20 °C, mentre la minima temperatura mai registrata è stata di -56 °C. Di sicuro non è il classico posto dove andare beatamente in giro per locali a socializzare, per lo meno nella maggior parte dei mesi dell’anno. In queste situazioni è importante avere passioni da coltivare per occupare il tempo libero e i fratelli Gleb e Max Sysoev, alias Vilhelm e Morbius, ne sanno qualcosa. I nostri due gemelli hanno deciso di investire tempo e forze nella musica sin dalla giovane età e oggi, a soli ventisei anni, si trovano con ben quattro full length alle spalle, di cui quest’ultimo “Rotten Garden” rappresenta il tassello che mancava alla band per consacrarsi definitivamente, e precocemente, come stella del firmamento black atmosferico mondiale, dopo una costante ed esponenziale maturazione stilistica, tecnica e compositiva. In quarantatré minuti di metallo oscuro e glaciale la band riesce a esprimere al meglio ciò che il black metal atmosferico dovrebbe essere, toccando i cardini fondamentali del genere, passando dalla brutalità di una tempesta di vento e ghiaccio a momenti introspettivi dal tocco folk e naturalistico. Sembra difficile da credere ma siamo di fronte a un disco superiore al predecessore “Will Of The Primordial”: almeno quattro brani sono capolavori che uniscono alla ferocia tipica del black metal la malinconia di immense lande desolate e l’introspezione portata dalla frequentazione dei boschi e della natura incontaminata. “Rotten Garden” alterna momenti glaciali ad altri caldi come il focolare di casa, sempre acceso nei lunghi e rigidi inverni siberiani, come ben raffigurato nella curata confezione digipak e vinile, usciti via Naturmacht Productions, come sempre una garanzia per quanto riguarda l’accuratezza degli artwork. Ai Grima non piace perdere tempo e, senza un minimo di intro o anticamere varie, ci sputano in faccia la loro rabbia con la devastante “Cedar And Owls”, tipico brano di black metal atmosferico caratterizzato da un classico up tempo, dove il tappeto di tastiere predomina su tutti gli strumenti, e dallo scream classico di Vilhelm, alternato sapientemente a un growl catacombale ma mai monocorde, sino al break centrale atmosferico, dove il guitar work prende il sopravvento.

La successiva “Mourning Comes At Sunset” è una sfuriata sulla falsariga dell’opener ma si iniziano a vedere i primi tratti distintivi della definitiva maturazione della band, con linee vocali ben più orientate alla melodia e il costante lavoro incrociato delle sei corde che abbraccia le doppie vocals come un fiume che ci trascina in una cascata d’acciaio. Il capolavoro è dietro l’angolo: “At The Foot Of The Red Mountains” ci dà il benvenuto con fucilate di blast, per trasformarsi presto in uno schiacciasassi in doppia cassa, impressionando sia per la linea melodica delle vocals sia per i costanti rallentamenti caratterizzati da sprazzi folk e abbelliti da strumenti popolari e atmosfere da bivacco e cantastorie.

Il cammino tra tempeste di neve, gufi dagli occhi gialli e lupi bianco candido prosegue e ci troviamo al cospetto della title track, una suite di dieci minuti dall’andamento marziale e rarefatto, dove ancora una volta gli strumenti tradizionali la fanno da padrone, con una interpretazione vocale di Vilhelm veramente da infarto: un percorso intricato dove le atmosfere si alternano senza sosta tra momenti introspettivi e corali, ricordandoci che dopo una tempesta può spuntare il sole. Si potrebbero spendere ulteriori encomi per questi giovanissimi ragazzi per aver scritto uno dei migliori dischi di atmospheric black metal degli ultimi anni,facendo centro sotto ogni aspetto, dal songwriting mai stanco, alla produzione curata ma non troppo“moderna”, sino alla durata non eccessiva che avrebbe altrimenti rischiato di far stancare l’ascoltatore. A soli ventisei anni i Grima licenziano il quarto disco in sei anni diventando, senza se e senza ma, una delle stelle atmospheric in ascesa più brillanti di tutto il firmamento polare.