Phobia – Slaughterhouse Tapes

0
265

Da qualche tempo a questa parte la Nuclear War Now! Productions, etichetta statunitense che tutti gli appassionati di robaccia metallica estrema conoscono senz’altro, sta compiendo un’opera di recupero del materiale pubblicato a suo tempo dalle innumerevoli bands formatisi in Norvegia negli anni immediatamente precedenti all’esplosione di quella che è ormai universalmente nota come “seconda ondata” (stiamo quindi parlando sostanzialmente della seconda metà degli anni ottanta e dei primissimi anni novanta). Un’opera meritoria, per tre motivi: perché il materiale in questione, spesso edito in formato tape ed in un numero di copie assai ridotto, è divenuto pressoché introvabile nel corso degli anni; perché si tratta di gruppi solitamente non molto conosciuti, che però hanno in ogni caso contribuito a generare quel terreno fertile dal quale poi è divampato (letteralmente, direi) il black metal norvegese, che resta comunque un cambiamento abbastanza improvviso di paradigma sonoro ed estetico; infine perché spesso questi gruppi hanno visto la partecipazione, in giovane età, di personaggi già coinvolti nel metal underground, che poi diverranno importanti nello sviluppo della scena norvegese, il che ci aiuta a capire l’evoluzione della loro musica, prima e dopo la decisiva influenza che su tutti loro ebbe la frequentazione di Euronymous e dell’Helvete. Ed ecco quindi le recenti pubblicazioni di “Slaughtered In The Arms Of God” degli Amputation, di “Mala Fide” dei Perdition Hearse ed anche di “666” dell’omonimo, seminale ensemble (ma in questo caso la “ricerca archeologica” si spinge ancora più indietro nel tempo). Della partita è anche questo “The Slaughterhouse Tapes” dei Phobia, band death metal di brevissima durata, della quale facevano parte quelli che saranno i membri fondatori degli Enslaved (Grutle Kjellson e Ivar Bjørnson) e dei Theater Of Tragedy (Hein Frode Hansen). Il “mattatoio” a cui si riferisce il titolo di questa raccolta è Gamle Slaktehuset, o “vecchio mattatoio”, un centro giovanile comunitario nella piccola città di Haugesund, che fungeva da “incubatrice” per numerose band metal della regione: dotato di più sale prove, uno studio, un caffè e uno spazio per spettacoli, Slaktehuset offriva tutto ciò di cui una band alle prime armi aveva bisogno (non esattamente come in Italia). Con un’età compresa tra i dodici (ebbene sì!) e i diciotto anni, i membri dei Phobia si riunirono a Slaktehuset, dove scrissero e provarono il materiale originale ed infine registrarono le loro demo, “The Last Settlement Of Ragnarok” e “Feverish Convulsions”, entrambe rilasciate nel 1991 (anche le prime demo di Enslaved ed Immortal furono registrate qui, più tardi, nello stesso anno).

Questo materiale, insieme alle versioni rehearsal di alcuni brani e a tre canzoni ancora inedite, è contenuto in questa raccolta antologica, che quindi rappresenta l’opera omnia della band, la cui attività sostanzialmente si esaurì nell’arco di circa un anno, travolta dalla rapida ascesa del black metal nella scena underground norvegese. Di fatto, alla fine del 1991, Grutle e Ivar, ispirati da una conversazione con Demonaz, adottarono il nome Enslaved (dalla canzone “Enslaved In Rot”, tratta dalla prima demo degli Immortal), mentre Hein fondò la band gothic death / doom Theatre Of Tragedy. Superate le difficoltà che riguardano la registrazione (relative, in quanto i suoni sono tutto sommato sufficientemente chiari, segno che una piccola operazione di pulizia è stata fatta), si può apprezzare il death metal cupo e claustrofobico dei Phobia, che cattura la grezza esuberanza giovanile della band, mettendo in mostra anche qualche spunto interessante.

Infatti di base i nostri suonavano un death metal tipico per l’epoca, sporcato di thrash e black della prima ora, quando ancora i limiti tra i vari sottogeneri dell’estremo non erano stati segnati in maniera così profonda ed apparentemente invalicabile, sulla scia di realtà grosso modo coeve, come ad esempio Morbid, Treblinka e i connazionali Old Funeral e primissimi Darkthrone, e con qualche influenza proveniente da oltreoceano.

Senza mai premere troppo sull’acceleratore, la band costruisce mid tempos sulfurei, pregni di un’atmosfera infernale, che si regge anche e soprattutto su intelligenti inserti di tastiera, dal suono molto simile a quello di un organo, ai tempi non molto diffusi ma decisamente efficaci nel dare corpo ad alcuni passaggi e nel sottolineare i momenti più oscuri dei singoli pezzi. Riascoltati oggi, a trent’anni di distanza, questi brani sembrano in realtà, sotto certi aspetti e proprio per queste intuizioni in qualche modo in anticipo sui tempi, perfino più freschi e significativi di quelli di altre simili realtà che per diversi motivi ebbero un maggiore impatto sulla scena, pur rientrando in tutto e per tutto in quello scenario musicale che di lì a poco verrà sostanzialmente spazzato via dalla nuova ondata black. Vale comunque la pena di recuperare questo dischetto, che rappresenta una testimonianza storica dei tempi e permetterà a tutti gli appassionati di acquisire un ulteriore tassello per completare il complicato mosaico dal quale prese vita quello che successivamente tutti abbiamo conosciuto.



REVIEW OVERVIEW
Voto
67 %
Previous articleAethyrick – Apotheosis
Next articleFeldvehn – The Oak