Feldvehn – The Oak

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Uscito sul finire dello scorso anno, questo “The Oak” rappresenta l’esordio, autoprodotto e direttamente sulla lunga distanza, per Feldvehn, progetto solista italiano dietro al quale si cela il factotum e mastermind Aasketh, già mente e motore della one man band Hades Nexus 16, con la quale propone sonorità più vicine a certo industrial con sfumature avant-garde, della quale ci siamo occupati su queste pagine virtuali in occasione della pubblicazione del full length di debutto “Phobos Anomaly”. Con Feldvehn il nostro amico mette invece in mostra un piglio completamente differente: sempre di black metal si tratta ma in questo caso siamo più dalle parti della classicità, in particolare norvegese, e ancora più in particolare si viaggia sui binari tracciati dai Darkthrone del periodo mediano, quelli di album come “Panzerfaust”, “Total Death” e “Ravishing Grimness”, a partire dal cantato, una sorta di screaming declamato e quasi teatrale, che ricorda molto lo stile adottato da Nocturno Culto in quel periodo (e per la verità ripreso anche nei Sarke e, più di recente, in alcune delle ultime uscite degli stessi Darkthrone). Anche musicalmente le analogie sembrano essere molteplici: sullo sfondo di una produzione nettamente più nitida rispetto ai consueti canoni del raw black metal dei tempi che furono (ma comunque grezza; non preoccupatevi!), il guitar work sviluppa trame spoglie e rigorose, accompagnato da un drumming lineare e sobrio, che predilige di regola tempi medi e cadenzati, pur lasciandosi andare di tanto in tanto a sfuriate più feroci e sostenute: il tutto crea un muro sonoro davvero criptico ed impenetrabile, sul quale svettano le liriche, secche ed essenziali, a completare la sensazione generale di claustrofobia ed ossessivo smarrimento. Siamo di fronte ad un’opera assolutamente monolitica, che va sostanzialmente intesa e fruita come un unicum diviso in vari capitoli costituiti dai singoli pezzi: infatti, con esclusione della breve intro acustica, tutti i brani qui presenti mantengono pressoché inalterate le loro caratteristiche di fondo, con poche variazioni sul tema, dimostrandosi abbastanza impenetrabili ad influenze esterne e puntando tutto sull’atmosfera malvagia e sul coinvolgimento emotivo dell’ascoltatore, che dovrà per forza di cose lasciarsi scivolare in questa pachidermica e nervosa profondità, senza poter contare su stacchi più dinamici per riprendere fiato in qualche modo.

Non mancano neppure alcune reminiscenze, sottotraccia ma comunque ben presenti, che rievocano sonorità più primordiali, riportandoci con la mente alle origini del black, a quel sound magmatico e ancora indefinito che sul finire degli anni ottanta era appannaggio di gruppi come Celtic Frost, Hellhammer, Treblinka e Morbid. In questo senso ho apprezzato particolarmente la conclusiva “Mist Of Winter Dreams”, che riassume ed esalta i tratti salienti del disco, finendo col rappresentare a mio giudizio sia l’episodio migliore del lotto, sia una sorta di summa della poetica del progetto, mettendo in mostra tra l’altro anche un lieve afflato epico, pur sommerso in una costante oscurità.

“The Oak” è un lavoro artigianale e genuino, che invita il fruitore alla meditazione, pur respingendolo con la sua forma spigolosa e poco ammiccante, che richiama paesaggi aspri e condizioni metereologiche arcigne, ed in quest’ottica va apprezzato; sconta però una sorta di peccato originale, che afflige molte uscite di questo tipo, così legate ad una certa tradizione da non riuscire effettivamente a pronunciare una parola che in qualche modo non sia stata già detta in passato: in ogni caso resta un ascolto consigliato, specie per i sostenitori del black metal nella sua forma più gelida ed integerrima, non privo però di un piglio a suo modo atmosferico.