Gorgon – Traditio Satanae

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Christophe Chatelet, come è noto, cristallizzò la sua creatura Gorgon per poi tornare inaspettatamente nel 2019 col buono “The Veil Of Darkness”; questa volta ha messo le idee in ordine velocemente, così d’avere un’ispirazione degna dei vecchi tempi, sbattendoci in faccia questa nuova fatica, che senza mezzi termini possiamo definire il miglior lavoro della sua carriera, per una serie di motivi! Non possiamo esimerci dal confermare questa euforia davanti a “Traditio Satanae” che ci ha sbalordito per freschezza, cattiveria e soprattutto una professionalità degna di gruppi decisamente meno underground, per quanto riguarda la produzione, finalmente di alto livello, che avvalora un songwriting che per tutti i quaranta minuti di durata del platter non dà tregua, tra headbanging e invocazioni a caproni vari.“Traditio Satanae” si presenta con una delle più belle copertine di questo anomalo 2021, rispettando la tradizione blasfema e sanguinaria del combo (da non confondere con gli omonimi connazionali che suonavano symphonic death metal, scioltisi nel 2019). Siamo anni luce dal seminale debut “The Lady Rises A Black Horse”, così come da “The Spectral Voices”, ultimo lavoro prima della pausa durata quasi vent’anni: “Traditio Satanae” non ha molti punti in comune neppure con l’ultimo studio album, il già citato “The Veil Of Darkness”, nel quale comunque si intravedeva una maturazione nel songwriting e una direzione ancora più netta verso quelle sonorità tanto debitrici al metallo nero d’annata, sparato in maniera primitiva e con approccio estremista.

In questa nuova fatica largo spazio è dato alla melodia malsana, che si cela in ogni pezzo, dove il guitarwork di Christophe è davvero mostruoso: ogni riff è un patto col diavolo, una litania al signore delle tenebre che ci fa piombare in pieni anni novanta ma senza mai sembrare troppo nostalgico, grazie alla potenza dei suoni e a una produzione cattiva e sopra la media, considerata la proposta underground della band. Questa volta grande importanza viene data alla resa sonora del disco che suona attuale, mai retrò, con suoni definiti e devastanti: le chitarre sono in prima linea, considerata pure l’attitudine molto guitar oriented del lavoro; la vocazione al classic metal di questo disco si palesa in parte dei brani, andando a sostituire quella reminiscenza punkeggiante/hardcore che da sempre ha contraddistinto negli anni il sound della band.

Questa volta l’attenzione si sposta verso lidi hard n’heavy, così come verso il thrash più classico, tendente al death, il tutto marchiato con la prepotenza anticlericale del black metal più oltranzista. Undici brani che inneggiano a sangue, morte e diavoli: la ricetta della band francese rimane immutata anche se più sapientemente cucinata, per fornire ai commensali uno spuntino delizioso di cadaveri e bestemmie. La difficoltà nello scegliere dei pezzi superiori agli altri indica che la qualità qui rimane alta per tutta la durata del full length: e se la devastante opener “Blood Of Sorcerer” ci fa capire immediatamente quali siano le coordinate del disco, grazie a un riffing esasperato e a quel suo andamento tipicamente thrash, è con “Entrancing Cemetery” che inizia a mutare la creatura Gorgon; le melodie perverse delle chitarre fanno da contraltare a una linea vocale evocativa e ossessiva, sino alla variante centrale, dove si intravedono rimembranze di scuola svedese, che crea un’apoteosi di melodie maledette che si concretizza nella successiva “Let Me See Behind”, altro pezzo di una potenza devastante. Ma è proprio nella title track e in “The Long Quest” che si intuisce la nuova vita della band: il riffing, alla pari dei brani citati qui sopra, è micidiale, tanta è la potenza e la melodia esplosiva contenuta, che potrebbe non sfigurare in un disco power/speed (con le dovute proporzioni di sound ovviamente).

Continuare a parlare di ogni singolo pezzo sarebbe superfluo e scontato; “Traditio Satanae” è un gran disco, un condensato di male, inni al diavolo e vero black metal oltranzista che mai si autoplagia cadendo nell’anacronismo. Un disco che non cambia le sorti del nostro genere preferito ma che risulta un concreto calcio nelle palle ai detrattori che continuano a dire che il black metal è morto nel 1994.