Baxaxaxa – Catacomb Cult

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Tornati in pista nel 2019 con l’ottimo ep “The Old Evil” e con il successivo, interlocutorio, 7” “Devoted To HIM”, pubblicato l’anno successivo, i tedeschi Baxaxaxa, capitanati dal batterista Condemptor e band “gemella” dei forse più noti Ungod, approdano finalmente al traguardo del debutto sulla lunga distanza (in effetti a ben ventinove anni di distanza dalla loro nascita!) con questo “Catacomb Cult”che, fin dalla copertina in rigoroso bianco e nero, raffigurante l’ormai classico demone stilizzato che rappresenta la mascotte del gruppo, dimostra di volersi porre sulla scia di quanto già fatto dalla band in passato, sia quello remoto che quello più recente. Questa indubbia continuità stilistica non si esaurisce però nella stanca ripetizione di vuoti stereotipi ma in quest’occasione trova nuova linfa creativa grazie ad un’ispirazione e ad una freschezza di scrittura davvero invidiabili, tanto da poter affermare che la lunghissima attesa di questo full length non è stata vana.

“Catacomb Cult” è un incredibile concentrato di black metal vecchia scuola dal piglio occulto e rituale, debitore soprattutto della prima ondata, reinterpretato con grande classe e mescolato con robuste dosi di doom cimiteriale, per un risultato finale che non punta tanto sull’aggressività (anche se i passaggi più violenti ed abrasivi di certo non mancano) quanto piuttosto sulla creazione di un feeling mortifero e catacombale, reso attraverso ampi squarci lenti e cadenzati e pochi elementi ben combinati insieme tra loro.

Uno di questi è l’uso, praticamente perfetto, delle tastiere, semplici e lineari, che però riescono a sottolineare in maniera impeccabile i momenti più oscuri e “necro” dell’album, costellando in pratica tutti i pezzi, senza tuttavia mai risultare invadenti o eccessivamente barocche.

Un altro elemento a mio giudizio vincente è il cantato di “Traumatic” Patrick Kremer: il suo rantolo maleducato, da bestia ferita, è forse meno eccessivo e sopra le righe rispetto alla performance, che personalmente ho apprezzato, nel già menzionato “The Old Evil”,ma resta una caratteristica distintiva, un marchio di fabbrica della band ed imprime il suo sigillo su ogni brano, segnando una certa distanza rispetto al più classico (e talvolta scontato) screaming che siamo abituati ad ascoltare e risultando decisamente espressivo e adatto al contesto, pur nella sua “imperfezione”.

E poi la produzione, giustamente polverosa, che non scade nella cacofonia ma conserva la necessaria dose di naturale sporcizia: tutti quei riverberi e quei difetti che ci hanno fatto innamorare di questo genere di sonorità “in presa diretta”.

Pochi ingredienti, si diceva, che però questi musicisti dall’indubbia esperienza riescono a gestire molto bene, senza la pretesa di inventare nulla di nuovo ed anzi ponendosi nel solco della continuità ma dando una loro impronta personale, già inconfondibile per chi li ha seguiti dalla rinascita della band, qualche anno or sono, sino ad oggi. Le influenze ci sono, ovviamente, e i Baxaxaxa non fanno nulla per nasconderlo: si va dal più tradizionale riffing alla Celtic Frost/Hellhammer a reminiscenze riconducibili ai primi Samael o ai primi Tormentor od anche ai nostrani Mortuary Drape, e perfino ai Black Sabbath (seminali anche per certo metal estremo), fino ad abbracciare quelle atmosfere da messa nera tanto care alla vecchia scuola ellenica. Un mix certamente non innovativo ma potenzialmente ancora vincente, dal quale nascono brani entusiasmanti che vanno a formare una tracklist praticamente priva di momenti di stanca: su tutti segnalo la cupissima e asfissiante “Flame Of Redemption”; la title track, che già da sola, come si suol dire, varrebbe l’acquisto del disco; la più darkthroniana “The Great Malicious Tongue” e “Ghosts Of Törzburg”, che si fregia anche di brevi accenni folk e che è ad oggi probabilmente uno dei migliori pezzi scritti dai nostri.

Ma, ripeto, la qualità è davvero elevata e anche canzoni come “Kingdom Ablaze” e “Walpurgis Dancers”, con il loro andamento da rituale blasfemo, non sono da meno rispetto a quelle citate appena sopra.“Catacomb Cult” è una piccola perla underground: quasi sicuramente non godrà di grande visibilità ma, pur nella sua linearità compositiva (anzi, forse proprio per questo) è la prova di come un sound “vecchio” possa ancora essere riplasmato e risultare in certa misura attuale, senza troppi stravolgimenti e senza scadere nell’operazione nostalgia fine a sé stessa. Ascolto ed acquisto consigliati, e adesso che i Baxaxaxa sembrano averci preso gusto chissà che non sfornino un degno successore in tempi brevi.