Shrine Ov Absurd – Monotony

0
1148

L’Avana, capitale cubana, nell’immaginario collettivo dell’occidentale medio è una grande città colorata e soleggiata dove, tra un drink e il clima balsamico, la vita scorre sufficientemente lenta da potersi rilassare e godersi ogni istante di una calda mattinata. Ma non tutte le ciambelle escono col buco, la pecorella nera del gregge è sempre lì, ai margini della società: è il caso di Conspirator, al secolo Javier Rodríguez Prendes, mastermind e polistrumentista, leader incontrastato del progetto Shrine Ov Absurd, malata creatura proveniente appunto da L’Avana, che non c’entra davvero niente con il quadretto idilliaco da romanzo descritto sopra.“Monotony” è il secondo full length di questa sua creatura e, se finora non avremmo mai immaginato di accostare alla patria del rum un po’ di sacrosanto black metal, da oggi dovremmo fare i conti con questa sinistra realtà. Il sound degli Shrine Ov Absurd è difficile da inquadrare in uno scenario univoco affibbiandogli un’etichetta più specifica di quella generica di black metal. Salta subito alle orecchie come il focus del disco siano le composizioni piuttosto articolate e brutali, dove il riffing ossessivo delle chitarre distorte e deviate ricopre un ruolo da protagonista indiscusso. I cambi di tempo non si contano, anche se la politica della band è, nonostante l’oggettiva difficoltà tecnica delle composizioni, cercare di essere più diretta possibile, con brani lunghi ma al contempo capaci di regalare svariate atmosfere e sfumature.

La trovata non del tutto originale di nominare i pezzi con semplici numeri romani aiuta a farci capire come l’intento sia quello di enfatizzare al massimo l’attenzione sulla musica, anche se c’è da dire che proprio le liriche, introspettive e dannatamente attuali,sono riuscite a calamitare la nostra attenzione, come se il nostro Conspirator stesse urlando il proprio sdegno contro una società perversa e malata. Il labirinto mentale che si crea durante l’ascolto di “Monotony” non è di facile risoluzione: il titolo del disco è probabilmente collegato ai piccoli saggi che fungono da testi dei brani così come al riffing serrato, basato prevalentemente su un tremolo picking instancabile e acuto, sempre melodico ma trasudante drammatica tristezza nel tentativo di rappresentare una routine umana sempre più standardizzata. Il progredire della tecnologia sta rendendo sempre più miserabile l’esistenza e sta conducendo ognuno di noi ad enfatizzare sentimenti misantropici che si esplicano in atti viziosi ed egoistici: tutto ciò viene tradotto in un black metal di puro stampo atmosferico, dove i break e i cambi di tempo svolgono un ruolo fondamentale nel farci entrare a capofitto nelle tematiche grottesche trattate nei testi.

Basta ascoltare “II”, con le chitarre in tremolo ossessive ma sempre percorse da melodie mai scontate, per rendersi conto di quanto appena detto, oppure“IV”, che ha una struttura simile ma ancora più brutale nel suo martellare. Da brividi la malinconia che viene espressa in “III”, quadro di una generazione dannata e condannata a una schiavitù virtuale dalla quale difficilmente riusciremo a liberarci. Il lavoro che Conspirator ci propone è ambizioso, in alcuni punti può sembrare leggermente derivativo ma non è mai scontato, soprattutto se si considerano il contesto lirico del disco e la provenienza inusuale dell’artista, che confeziona un platter che stupisce persino per come risulta prodotto in maniera pregevole, seppur ancorato alla vecchia scuola e privo di modernismi che avrebbero intaccato la credibilità della proposta del cubano. Un disco che non cambia alcun equilibrio in materia di metal estremo ma ci fa capire che, a tutti gli effetti, tutto il mondo è paese.