Groza – The Redemptive End

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Sino ad oggi, per il 98% dei metallari brutti e cattivi come noi, Groza era esclusivamente il disco d’esordio dei Mgla, band poi salita alla ribalta grazie al seminale “Exercises In Futility” del 2015; da oggi sarà più semplice associare questa parola pure alla band tedesca che come moniker ha scelto, appunto, il titolo del debut album dei più famosi polacchi, forse per rispetto reverenziale, forse per mera ispirazione oppure perché in lingua slava vuol dire tempesta di fulmini, orrore e disgusto, tutti ottimi nomi per una black metal band pura e incazzata. E di questo stiamo parlando: i Groza, che con “The Redemptive End” timbrano il secondo cartellino in tre anni, sono black metal nell’essenza più pura, in quella nicchia definibile come “melodica” nell’ambito del genere da noi più amato. Se il loro debutto “Unified In Void” faceva trapelare con molta evidenza una vena compositiva fortemente debitrice ai polacchi sopra citati, questa volta P.G. e ciurma hanno tirato fuori un disco che, nonostante rimanga fedele al marchio di fabbrica degli esordi, riesce ad evolversi maggiormente, trovando una strada da battere più personale, unendo la matrice black tipicamente tedesca alle melodie tendenti spesso e volentieri all’atmosferico, senza mai rinunciare ad un tocco particolare che rende questi quattro boia così dannatamente interessanti. Sia ben chiaro, “The Redemptive End” non sconvolgerà mai e poi mai il mondo estremo per la sua portata innovativa, in quanto la proposta, in un modo o nell’altro, è stata predicata un po’ ovunque da innumerevoli band, ma la qualità di questi quaranta minuti di metallo nero è innegabilmente di alto livello. Passando dall’accoppiata classica blast beat/tremolo, al power chord e doppia cassa, unendo il tutto agli arpeggi o ai riff circolari più tipicamente thrash, la band è riuscita a creare qualcosa di più intimo e personale, riconoscibile nella galassia underground, complice pure la voce di P.G., autentico mattatore indiavolato, sempre in primo piano e mai monocorde.

Per un disco come questo si potrebbero sprecare mille parole così come riassumerlo in pochissime. Le mille parole sarebbero per una serie di canzoni lunghe e articolate dove la band ci prende per mano, passo dopo passo, e ci accompagna quasi dolcemente a fare un viaggio all’interno della depravazione umana. Ogni brano è una storia a sé stante, un capitolo ben definito, memorizzabile, con una sua personalità benchè sia accomunato agli altri dal medesimo stile, classe e precisione nella cura quasi maniacale dei particolari. Nulla è lasciato al caso in questo platter, che segna un impennata tecnico/compositiva rispetto al predecessore: basta ascoltare l’immensa title track o la suite finale “Homewards” per renderci conto del valore di questa band, tra riff oscuri, esplosioni in blast, arpeggi malinconici, vocals strazianti, il tutto in tracce che hanno l’unico difetto di durare troppo poco (una otto e l’altra quasi undici minuti!); così come “Nil”, con le sue sfuriate thrash old school che irrompono con tutta la loro violenza dopo tre minuti di mid tempo marziale.

Per non parlare del primo singolo “Elegance Of Irony”, brano magnifico che non può essere descritto ma solo ascoltato per poterci rendere conto del livello d’ispirazione di questi ragazzi, una canzone che se fosse uscita qualche anno fa rappresenterebbe a tutti gli effetti un manifesto del black metal melodico. E se si aggiunge una produzione praticamente perfetta, che rende giustizia alla performance mostruosa del combo tedesco, il gioco è fatto. D’altra parte, se volessimo usare l’opzione delle poche parole, potremmo dire semplicemente che “The Redemptive End” è un grande disco di puro black metal, per palati fini e raffinati, che proietta, senza passare dal via, i Groza tra le realtà più interessanti in assoluto in questo genere.