Ild  – Kvern

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I bambini continuano a morire e a tornare nella culla. I denti brillano tra le travi e le luci danzano sulle paludi. Di chi è la mano che ha chiuso il cancello? Perché l’ultima mela si muove? La brace prende ancora fuoco ma la potenza delle arti nere sembra essere diminuita negli ultimi tempi. Il fumo sfugge sempre”. Versi enigmatici e affascinanti, così come oscuramente arcano è il black metal degli Ild, duo proveniente dalle foreste del Telemark e composto da H. (voce, chitarra, basso) e X. (batteria e tastiere), che con questo “Kvern”, disco incentrato sui temi del peccato e della redenzione, del decadimento e dell’inevitabilità della morte, giunge alla seconda fatica sulla lunga distanza, mettendo una volta di più in evidenza la capacità di interpretare in maniera abbastanza personale gli stilemi tipici del metallo nero norvegese che già si poteva apprezzare nel precedente “Fandens Lykteskjær”. La loro è una prospettiva peculiare (lo si può intuire fin dalle copertine di entrambi i loro dischi), che non prescinde affatto dall’insegnamento dei maestri, anzi ne trae ispirazione a piene mani, riuscendo tuttavia nel contempo a imprimere un marchio di fabbrica che si fa ricordare, vuoi per la resa sonora carica di riverberi inquietanti, vuoi per l’atmosfera intimamente sofferente che trasuda da ogni nota, vuoi per il buon lavoro sulle voci, vuoi per il gusto melodico di alcuni passaggi.

Il black metal degli Ild è lento e cadenzato, tanto che si potrebbe tranquillamente definire ai limiti del depressive, e infatti si diffonde senza fretta come una nebbia umida che ti entra nella ossa. I tempi non sono mai tirati e tutto è giocato su un riffing ossessivo e circolare, la cui soffocante pesantezza è esaltata a dovere da una registrazione paludosa (ma non eccessivamente low-fi) che sembra mettere le chitarre quasi in secondo piano, come se il loro suono provenisse da molto lontano, da qualche dimensione onirica. E lo stesso vale per la voce, uno screaming doloroso che sembra il lamento di un fantasma, combinato con vocalizzi più corali semi-puliti che danno al tutto un tocco quasi folk decisamente dolente e tragico. Sorprendentemente invece la batteria ha un suono piuttosto pieno e rotondo e questo crea una certa tensione musicale che ho trovato interessante, come se i nostri amici volessero in qualche modo rappresentare un contrasto tra qualcosa di effimero e volatile e qualcosa di più fisico e tangibile.

Voli pindarici degni di uno scribacchino ubriaco a parte, è davvero difficile non farsi catturare da queste sonorità così ipnotiche e come fuori dal tempo, ammantate da qualche oscura melodia e dal velo sinistro di tastiere cariche di grave malinconia, che restano discrete e fanno la loro comparsa quando serve. Tutte le canzoni contribuiscono a disegnare questo arazzo desolante ma una menzione d’onore va fatta per la conclusiva “Over Flammehavet”, vero picco qualitativo dell’album, la cui melodia portante dal piglio autunnale vi entrerà subito in testa per rimanerci a lungo. Il black metal sembra da molti anni aver detto nel suo complesso tutto quello che aveva da dire ma ogni tanto arriva un album come questo che, senza strafare, ce ne ricorda la magia nascosta o ne fa emergere una particolare sfumatura emotiva che credevamo di aver dimenticato. Ascolto consigliato senza riserve.

REVIEW OVERVIEW
Voto
74 %
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ild-kvernTRACKLIST <br> 1. Den Sorte Kunst; 2. Til Gjeste; 3. Opp I Røyk; 4. Det Trekker Så Kaldt; 5. Og Nå Skal Du Dø; 6. Over Flammehavet <br> DURATA: 45 min. <br> ETICHETTA: Vendetta Records <br> ANNO: 2023