Prezir – As Rats Devour Lions

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Leggendo i cognomi sarebbe semplice supporre che i Prezir provengano da qualche landa dell’Est Europa; rimango stupito quando leggo invece che si tratta di un combo americano seppur con palesi origini europee, più precisamente serbe, nella persona di Luka Đorđević, il corpulento singer che ruggisce dietro al microfono senza sosta. Prezir significa, in lingua serbo-croata, “contempt” (che è pure il titolo del loro primo ep del 2017), ossia disprezzo, e a sentire questo debut full lenght si presume sia disprezzo per l’umanità e la luce, di sicuro non per la guerra. I Prezir suonano bene, compatti e violenti, lasciando l’inventiva nel cassetto del comodino di fianco al letto. Il black metal proposto dal combo statunitense è totalmente derivativo e per nulla originale ma suonato in maniera efficace e positiva. Non lasciano spazio a orpelli e fronzoli, suonano come se dovessero andare in battaglia da un momento all’altro, con ferocia e brutalità che non lasciano scampo. Tuttavia, se con un ascolto veloce si potrebbe superficialmente classificare l’album tra le classiche uscite di cui si può fare a meno, soffermandoci con ascolti più attenti e accurati, si denotano le peculiarità della band che cerca di esprimere in ogni traccia come un filo conduttore che accompagna l’ascoltatore dal primo al quarantesimo minuto di durata. L’album è decisamente diretto e “in your face”, come da tradizione, ma spicca su tutto il lavoro instancabile del drummer Brian Serzynski e della coppia di asce infernali formata da Heikkila e Okrzesik, che partoriscono costantemente riff che passano dall’essere mazzate sulla nuca, da tanta è la velocità e cattiveria tirata fuori, a delle linee melodiche ed epiche tendenti alla scuola più classica, rendendo ogni composizione più assimilabile e meno banale.

Nei testi si nota come il tutto ha un impronta tanto storica quanto epica, che spazia da quella romana e cristiana, a quella araba o di matrice slava (il testo di “Janičari“ è in lingua madre), arrivando a quella più moderna inerente i conflitti mondiali; con le composizioni si cerca di enfatizzare questo lato lirico grazie alla performance sopra le righe di Đorđević, che alterna un devastante growl a un ottimo scream, con parsimonia mefistofelica e polmoni grandi quanto un’autobotte. Sul lotto di otto pezzi proposti devo dire che mi hanno colpito la ferocia di “Serpents In The House Of Ra”, con un riffing thrash death, e “Janičari”, il cui riff iniziale mi ricorda in retrogusto i Deicide più incazzati fatti di anfetamine. L’apoteosi epica fa capolino in “Hamatsa Death Ritual”, dove la scuola thrash alza la mano per dire sono presente più volte, mentre nella conclusiva e devastante “Oedipus Context” ci si sposta su tematiche inerenti la seconda guerra mondiale, con ruggiti che invocano “Freedom of speech evoked / Petulant child by zealots beguiled”. In tutto l’album non c’è un rallentamento, un momento nel quale rifiatare e asciugarsi il sudore dalla fronte, sembra di essere protagonisti in una maratona infernale dove le forze scarseggiano e la sete prende il sopravvento. La produzione ci permette di apprezzare l’operato di questi debosciati al meglio grazie alla pulizia dei suoni che sottolinea, come se ce ne fosse bisogno, le ottime capacità tecniche del combo. Non una rivelazione, non una superband, nessun grido al miracolo, ma devo dire che questo disco funziona in maniera egregia e sapiente, i ragazzi non si sono persi tentando sperimentazioni o addentrandosi in territori non propri ma sono andati sul sicuro: chitarre, basso batteria e voce, lasciando da parte effettistica, tastiere e synth; il risultato è un onesto disco di sano black/death/thrash metal fiero e guerrafondaio, con il pregio di avere delle liriche non banali e che non parlano di quanto è figo il diavolo e quanto non lo sia Gesù. Promossi.

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