Hulder – Godslastering: Hymns Of A Forlorn Peasantry

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La presenza femminile in ambito black non rappresenta una novità assoluta. Benché si tratti di un mondo popolato quasi esclusivamente da uomini, ricordo diverse donzelle che hanno saputo dire la loro senza necessariamente ricoprire il ruolo di eterea fanciulla dalla voce angelica o di sexy vampira assetata di sangue: ad esempio le greche Astarte, che hanno goduto anche di una discreta visibilità, o le fattucchiere Aghast, autrici di quel “Hexerei Im Zwielicht Der Finsternis” che è ancora oggi una piccola perla di dark ambient scuro come la più nebbiosa notte d’inverno, per non parlare della nostra Cadaveria, che con la sua prova vocale ha marchiato a fuoco i primi dischi degli Opera IX. Marz Riesterer, colei che sta dietro al progetto Hulder, originaria del Belgio ma di stanza negli Stati Uniti, si presenta come una guerriera medievale nel bel mezzo di un fitto bosco, senza esaltare eccessivamente la propria femminilità ma senza neppure negarla; il che ritengo sia positivo. La nostra amica si occupa della voce, spaziando tra il classico scream, tonalità più gutturali e clean vocals, e di tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, suonata dal session Necreon, dimostrando (ed è poi ciò che più conta) di sapere il fatto suo con questo esordio sulla lunga distanza, che segue la consueta trafila di uscite minori, tra cui segnalo la demo “De Oproeping Van Middeleeuwse Duisternis” e l’ep “Embraced By Darkness Mysts”, che un paio di anni fa hanno attirato le attenzioni dell’attivissima Iron Bonehead Productions, sempre pronta a mettere sotto contratto le realtà underground più interessanti.

“Godslastering: Hymns Of A Forlorn Peasantry” è un disco che profuma di antico e fin dalle prime note mette in evidenza un’attitudine regressiva, che ci trasporta immediatamente all’epoca d’oro del genere, intorno alla metà degli anni novanta, quando il black metal, avvolto dal fumo delle chiese bruciate e dal clamore dei fatti di cronaca nera, si apprestava ad uscire dalla penisola scandinava, ed in particolare dalla Norvegia, per conquistare il mondo: un lavoro di tal fatta, se fosse stato pubblicato allora, probabilmente sarebbe stato considerato seminale; oggi più modestamente si inserisce nel vasto panorama del revival “true” ma lo fa con consapevolezza e classe non comune, tanto da poter aspirare fin da ora al ruolo di piccolo oggetto di culto.

Siamo infatti di fronte ad un disco veramente ben concepito e suonato con padronanza di mezzi ed una passione che traspare da ogni singola nota, sulle ali di un classicismo compositivo ed esecutivo che spazia tra le varie correnti della tradizione e tra i vari linguaggi del black metal così come abbiamo imparato a conoscerlo nel corso della così detta “second wave”, con una certa predilezione per sonorità dal piglio paganeggiante, oscuro e medievaleggiante, che nell’insieme richiamano abbastanza chiaramente gruppi come primi Satyricon, Abigor, Ulver ed Enslaved, o anche Trelldom, Isvind e Kampfar, senza tralasciare un tocco folk qua e là che decisamente non guasta. Ciò che colpisce è la capacità di scrivere canzoni semplici eppure dannatamente efficaci, in grado di garantire con pochi elementi il necessario coinvolgimento emotivo, risultando coerenti nel contesto generale e al tempo stesso sufficientemente dinamiche e diversificate l’una dall’altra.

La prima parte dell’album è quella più violenta e glaciale, come testimoniano la furente opener “Upon Frigid Winds”, l’altrettanto feroce e demoniaca “Creature Of Demonic Majesty”, dalla quale emerge un’eco darkthroniana più marcata, e la più cadenzata ma comunque aggressiva “Sown In Barren Soil”, dove comincia a fare capolino qualche intrusione di synth dal sapore più atmosferico. Questo trittico iniziale è seguito da “De Dijle”, lungo pezzo ambient, costruito su un equilibrio decisamente delicato tra flebili tastiere e sommesse chitarre acustiche, che ci introduce alla seconda parte del lavoro, dove emerge con maggiore insistenza un gusto per paesaggi musicali più magniloquenti ed epici: è il caso delle bathoryane “Purgations Of Bodily Corruptions” e “From Whence An Ancient Evil Once Reigned” e soprattutto di “A Forlorn Peasant’s Hymn” (a mio giudizio autentico picco dell’album), introdotta dalle tenui note di un canto popolare, che lascia poi spazio ad una cavalcata black intrisa di mistico lirismo e tragica malinconia.

La produzione è perfettamente in linea con la proposta musicale, dal momento che i brani suonano come registrazioni uscite dai Grieghallen nel 1994 ma beneficiano comunque di suoni sufficientamente potenti, che esaltano la crudezza sanguigna della performance. In conclusione non si può affermare che “Godslastering: Hymns Of A Forlorn Peasantry” sia un disco rivoluzionario, perché in realtà tutto quello che possiamo ascoltare in queste tracce sa in qualche modo di già sentito, ma il black metal non deve essere necessariamente innovazione e ciò che conta è soprattutto la capacità di reinterpretare influenze e suggestioni in modo il più possibile personale, cosa che in questo caso riesce con grande naturalezza. Hulder omaggia i classici senza cadere nel plagio e ci consegna quello che a tutti gli effetti è un ottimo lavoro, fresco ed ispirato.