Yoth Iria – Under His Sway

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Prendete carta e penna (i più nostalgici) oppure scattate una foto con lo smartphone (i più evoluti), poco importa, l’importate è che teniate a mente questo nome, Yoth Iria. Dietro questo moniker si celano personaggi importanti di quello che fu il black metal greco nella sua forma più embrionale, in stretta collaborazione con musicisti più giovani: il risultato è un ep che, nonostante la sua limitatissima durata, ci fa intravedere grandi cose e genera aspettative e hype per la prossima uscita che si spera più corposa. Jim Mutilator, co-fondatore dei Rotting Christ, con i quali ha suonato nei capolavori “Non Serviam” e “Thy Mighty Contract”, nonchè primo bassista dei Varathron, e Magus dei seminali Necromantia hanno unito le forze per tornare sulle scene (che in realtà non hanno mai abbandonato) in maniera più epica che mai. Contattato il più giovane, ma non meno esperto ed influente, chitarrista/produttore George Emannuel dei Lucifer’s Child e l’onnipresente drummer Maelstrom, la band si è messa in moto e in poco tempo ha dato alla luce questo ”Under His Sway”, che possiamo già definire come un piccolo, nero classico nel panorama estremo greco del nuovo millennio. Due canzoni semplicemente incredibili, che dimostrano come dovrebbe essere suonato questo genere senza risultare ridondante, banale o scontato, tenendo ben salde le radici in quel sound che ha reso la Grecia, e più specificamente l’Attica, una delle aree mondiali che ha sfornato tra i più grandi capolavori del genere. Qui non ci sono rabbia e caos fini a sé stessi ma tutto viene controllato, enfatizzando la potenza, come un incendio che divora lentamente tutto ciò che trova. Inutile dirlo, la Grecia produceva odio e blasfemia quando nella penisola scandinava ancora in molti giravano con i capelli cotonati cantando “The Final Countdown”, e sia Jim che Magus erano presenti a battagliare con demoni e mostri.

La titletrack posta in apertura, grazie alla sua oscura intro, è davvero mostruosa e dopo pochi secondi esplode in un riffing melodico, classico, di immediata assimilazione e di grande carica epica ed emotiva. Il pezzo si evolve continuamente: inizia in sordina per poi esplodere in tutta la sua magnificenza, cambiando spesso e volentieri tempo e atmosfere, creando sensazioni e stati d’animo differenti. Da applauso il break atmosferico centrale, adornato da un pregevole guitar solo che poi torna a riprendere il riff precedentemente interrotto. Di tutt’altra pasta è la seguente “Sid-Ed-Djinn”, caratterizzata da un’intro lenta e cadenzata, che si trascina pachidermica e rilascia essenze mediorientali grazie a sinth e female vocals. Preludio all’attacco frontale che, come un’onda, travolge e trascina, grazie al main riff che ricorda molto la più famosa band del caro Mutilator. Magus, dal canto suo, sembra stia invocando divinità antiche tanto è sentita la sua interpretazione. Se poi il break centrale con le voci femminili irrompe impetuso, allora questa traccia si trasforma in un vero e proprio viaggio nel tempo a bordo di un tappeto volante. In chiusura il buon Mutilator, colpito dalla nostalgia, ha aperto l’album dei ricordi scegliendo di coverizzare uno dei pezzi black metal ellenici più devastante di tutti i tempi, “Visions Of The Dead Lovers” dei suoi vecchi Rotting Christ, aggiornandolo ma senza stravolgerlo, perfino migliorandolo sotto alcuni aspetti, grazie anche al talentuoso chitarrista Emannuel che ha militato nella stessa band negli ultimi anni.

Certo è che, con solo tre canzoni, non si possono stilare giudizi o pareri definitivi circa l’operato di una band ma il materiale a nostra disposizione è semplicemente sopraffino e potremmo definirlo una lezione universitaria di altissimo livello su come suonare metal estremo nel 2020. “Under His Sway” lo si potrebbe ascoltare mille o un milione di volte senza mai stancarsi. Non vediamo quindi l’ora di avere notizie di un vero e proprio full length che, se queste sono le premesse, potrebbe essere un vero e proprio capolavoro.