Poccolus – Poccolus

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Quanti di voi conoscono il black metal lituano? Durante gli ormai mitici anni novanta, il vento freddo che spirava dai fiordi norvegesi arrivò a lambire anche questa piccola repubblica affacciata sul Mar Baltico, già abbastanza gelida di suo e che proprio all’inizio di quella decade dichiarava la propria indipendenza dal pesante fardello politico e culturale sovietico, ed alcune realtà interessanti sorsero dall’oscurità dell’underground locale. La triade storica del black metal lituano del tempo era formata da Obtest, Nahash e Dissimulation, gruppi ancora oggi in attività, accanto ai quali vi era anche una misteriosa band formata da loschi individui incappucciati, che rispondeva al nome di Poccolus (da Pikolas, antica divinità della morte della mitologia di quelle parti), che rimase sempre nell’ombra più assoluta, pubblicando scarso materiale ed esibendosi pochissimo dal vivo. Quest’album omonimo è infatti l’unico loro lavoro sulla lunga distanza, uscito originariamente nel 1996 ed ora ristampato dalla connazionale Inferna Profundus Records. “Poccolus”, con i suoi pezzi lunghi e non propriamente convenzionali, è un ottimo esempio di quello che allora si intendeva quando si parlava di pagan black metal: un disco grezzo, caratterizzato da una produzione lontana anni luce da quelle odierne, ma al tempo stesso maestoso ed epico, completamente immerso nel buio della foresta e teso a rievocare sanguinose battaglie e leggende dimenticate; insomma niente melodie allegre né aitanti vichinghi dalle lunghe trecce bionde che inseguono draghi e salvano donzelle. Il riffing secco e ruvido si accoppia ad un uso magistrale delle tastiere, che tessono tappeti sonori inquietanti e conferiscono ai pezzi un’atmosfera che rimanda ad epoche perdute, così come le brevi intrusioni folk e acustiche, davvero molto belle nella loro cruda essenzialità che rimanda alla tradizione popolare. I Poccolus non sono del tutto originali, nemmeno per l’epoca: nella loro musica infatti aleggiano reminiscenze di gruppi come Arckanum, primi Enslaved, primi Graveland e, soprattutto, Burzum del periodo “Hvis Lyset Tar Oss”. Quest’ultima influenza è evidente sia nel sound sia con riferimento al cantato, rigorosamente in lingua madre (quasi a voler rivendicare le proprie radici culturali, come in quegli anni avveniva praticamente ovunque attecchisse il black metal), che a tratti è davvero molto simile al latrato disumano del vecchio Conte, mentre in altre occasioni assume le sembianze di una sorta di clean ossessivo e sciamanico.

Tuttavia i Poccolus furono i primi a proporre questo genere di sonorità sulla scena lituana e a coniugarle in modo coerente con la mitologia e i racconti popolari della loro terra d’origine (argomento che da sempre ha trovato terreno fertile nel black metal), riuscendo in ogni caso anche a mantenere una loro specificità squisitamente musicale, che potremmo definire, con l’approssimazione del caso, “baltica”. Pezzi come l’oscura opener “Vilkolakiai”, l’articolata suite “Ugnis Kyla Virš Ąžuolų”, ottimamente bilanciata tra sfuriate rabbiose e dolenti squarci atmosferici, la più rude e ficcante “Jie Ateis…”, o ancora “Rudens Miško Šnabždesiai”, dove le tastiere la fanno da padrone, o la ritualistica e quasi psichedelica “Dvasklajys”, non possono lasciare indifferenti gli amanti del black metal vecchia scuola con sfumature pagane.

Questo lavoro è la testimonianza storica di una scena forse non di primissimo piano ma che comunque vale la pena di riscoprire, perché ci ha lasciato qualche lavoro apprezzabile, soprattutto considerato il contesto generale nel quale se è sviluppata al tempo. “Poccolus”, dopo quasi venticinque anni, riesce ad essere ancora un disco evocativo e ammaliante ed è interessante notare come vi sia una certa continuità tra questo lavoro e dischi di gruppi esteuropei esplosi sulla scena underground qualche anno dopo e con ben maggiore visibilità (penso ad esempio ad alcune cose dei Drudkh o dei Nokturnal Mortum).“I’m alone in the woods among the shades of trees,The wind rises, wolves roar in the distance. In the ligh of the full moon, images blend, The transformation into a wolf through a terrible howl”.