Isengard – Vårjevndøgn

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Ho già avuto modo di leggere opinioni molto contrastanti su questo nuovo lavoro di Isengard, che mediamente vanno dalla sparata da social (“schifo”, “robaccia”) all’esaltazione fine a sé stessa (“pure se Fenriz registrasse un disco di rutti, mi piacerebbe comunque”). Ah, e poi c’è qualche genio incompreso che ha parlato di mossa commerciale: semplicemente ridicolo, visto che non ti fai certo i soldi con un disco del genere (anzi, rischi pure di perdere i fans della prima ora). Pochissimi hanno centrato il punto, ovvero che il nostro Gylve Nagell, in questa fase (diciamo così) più matura della propria carriera, che va sostanzialmente dall’uscita di “The Cult Is Alive”ad oggi, sta recuperando influenze classiche alle quali è stato in realtà sempre legato (per sua stessa ammissione) e che adesso, passata la sbornia oscura dei lavori più oltranzisti e autarchici dei Darkthrone, può mettere in mostra, sia nella sua band principale che nei suoi altri progetti, senza troppi sbattimenti e facendo ciò che comunque ha sempre fatto, cioè suonare quello che gli piace, fregandosene ampiamente di tutto e di tutti (in questo caso dei blacksters incalliti e un po’ snob, che storcono il naso, dimenticandosi che, in fondo, sono tutti figli, figliocci e nipotini suoi). E con indiscutibile cognizione di causa, che deriva dalla sua enciclopedica conoscenza dell’underground metallico, che il nostro “grande vecchio” dispensa come di consueto, con ampi riferimenti e citazioni che potrete trovare nel libretto del cd (per quei pochi che ancora li comprano e non si limitano ad un superficiale ascolto in rete).

Come avrete forse intuito, in “Vårjevndøgn” di black metal non ce n’è nemmeno un po’, per cui ogni accostamento con “Vinterskugge” appare fuori luogo. I pezzi contenuti in questo disco sono stati composti presumibilmente tra il 1989 e il 1993 e sono rimasti nel cassetto per tutti questi anni: Fenriz oggi ce li propone, grezzi ed impolverati com’erano, senza alcun accorgimento tecnico per migliorarne la resa sonora, e quello che ne viene fuori è un album assolutamente eterogeneo, visto che si tratta appunto di una raccolta di vecchie canzoni, composte senza un disegno unitario a tenerle insieme, un volo pindarico nel “cult metal,” che è sia una testimonianza storica del passato del musicista norvegese che un suo personale divertissement. Si passa così dal metal ottantiano, cafone e rozzo, di pezzi come “Dragon Fly (Proceed Upon The Journey)”, “Floating With The Ancient Tide”, a metà tre l’heavy classico e mai sopite pulsioni speed, o “A Shape In The Dark”, che mette in evidenza anche un’inaspettata ma efficace vena melodica, al sound più granitico e decisamente sabbathiano di brani come “The Fright” e “The Light”, passando dal punk stradaiolo e maleducato di “Rockemillion”, per concludere addirittura con una sorta di ballad settantiana e un po’ fricchettona come “The Solar Winds Mantra”.

È lo stesso Fenriz a spiegarci i suoi punti di riferimento compositivi ed i gruppi che lo hanno influenzato: dai Candlemass ai Pentagram, dai già citati Black Sabbath ai Trouble, dagli Agent Steel ai Bad Religion, passando per Queensrÿche e Danzig. Il tutto tenuto insieme dalla stonatissima e sguaiata voce del nostro amico, che alcuni trovano insopportabile e che invece considero il punto di forza di canzoni così concepite (come avvenuto del resto anche in “The Underground Resistance”, che personalmente reputo il miglior lavoro partorito dai Darkthrone di recente). E sì, bisogna ammettere che Fenriz gigioneggia un po’ (ma è uno dei pochi che può permetterselo, no?) ma francamente non credo che “non è black metal” o “la tecnica dov’è?” o ancora “la produzione lascia a desiderare” siano appunti che possano seriamente essere mossi ad un album di questo tipo, che vive di attitudine e nostalgia: sarebbe come lamentarsi del fatto che in uno slasher di serie b muoiono tutti e ci sono gli effetti speciali plasticosi. Obiettivamente la passione e la dedizione non possono essere messe in dubbio e tutto ciò che si può dire riguardo a “Vårjevndøgn” è semplicemente che, se vi sono piaciute le ultime uscite dei Darkthrone e se vi piace il vecchio heavy metal (ma anche il vecchio punk), un ascolto glielo dovete dare; in caso contrario, lasciate pure perdere. Del resto sono convinto che Fenriz continuerà ad esplorare le proprie radici musicali con il piglio regressivo che da molti anni a questa parte (da sempre?) contraddistingue il suo approccio, senza curarsi minimamente di critiche e detrattori.