Fimbulwinter– Servants Of Sorcery

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Nel 1992 un bagliore squarciò il cielo del Nord e da allora nulla fu più come prima. I Darkthrone, che avevano esordito l’anno precedente con “Soulside Journey”, apprezzabile album di death metal dai tratti assolutamente personali, influenzati dalla nefasta frequentazione dell’Helvete in quel di Oslo e dalle teorie radicali di Euronymous, decisero di trasformare il loro sound in qualcosa di incredibilmente sporco, criptico, minimale e grezzo, dettando in modo compiuto e pressoché definitivo le coordinate stilistiche di quello che di lì a poco verrà definito come “true norwegian black metal”. Molti furono i gruppi che adottarono questo stile, almeno inizialmente, quasi tutti formati da musicisti molto giovani e facilmente affascinabili da un approccio così estremo, autarchico e senza compromessi. Tra di essi vale la pena di ricordare questi Fimbulwinter, che prendevano il nome dal “terribile inverno” (un lunghissimo periodo di freddo intenso che nella mitologia norrena sarebbe un segno premonitore dell’imminente arrivo del Ragnarök, ovvero la fine del mondo e la sua rigenerazione): la band era formata dal cantante Necronos e da due personaggi che non necessitano assolutamente di presentazioni e che di lì a poco diverranno molto noti nella scena metal, underground e non solo, ovvero Skoll al basso e Shagrath alla chitarra e alla batteria, il primo con gli Ulver e poi con Arcturus e Ved Buens Ende, il secondo con i Dimmu Borgir, che presto avrebbero fatto storcere il naso ai puristi del black più ortodosso. Come Fimbulwinter i nostri diedero alle stampe soltanto questo “Servants Of Sorcery”, per sciogliersi subito dopo l’uscita del disco, che vide la luce (delle tenebre) nel 1994 per la Hot Records e fu poi ristampato varie volte in edizioni più o meno ufficiali, anche se in realtà tutti i pezzi compresi in questo album furono originariamente pubblicati due anni prima sotto forma di demo rehearsal in formato tape, come allora si usava.

Riascoltando questo lavoro a quasi trent’anni di distanza dalla sua uscita si può affermare che si tratta di disco figlio del suo tempo che, a differenza dei capolavori del genere, sembra aver sofferto un po’ di più il trascorrere inesorabile degli anni, anche se continua a conservare, come del resto molti altri dischi “minori” usciti in quei primi anni novanta, un indiscutibile fascino, legato al mistero che avvolgeva allora il black metal norvegese, all’alone oscuro che aleggiava su queste bands, tutte formate da ragazzi adolescenti o poco più (ai tempi non c’era internet e tutto ciò che si sapeva era filtrato attraverso interviste, spesso deliranti, che apparivano sulle fanzines indipendenti e sui primi magazines specializzati, che ovviamente non erano sempre disponibili nelle edicole); bands che proponevano una musica così criptica e inaccessibile da apparire quasi inascoltabile anche a coloro che si cibavano di metal estremo (che a cavallo tra anni ottanta e novanta faceva rima con Sepultura, Deicide, Obituary, Cannibal Corpse e realtà simili): insomma il black norvegese, con tutto il suo portato estetico e concettuale, rappresentava una novità assoluta non solo dal punto di vista musicale.

E in questo lavoro, così acerbo, spontaneo e genuino, considerata la sua data di pubblicazione, tutti quelli che ben presto diventeranno canoni da rispettare in modo ferreo, pena l’esclusione dalla ristretta ed autoproclamata cerchia “true”, sono presenti ed in bella mostra: dalla copertina rigorosamente in bianco e nero con il consueto armamentario di face painting, boschi e cartuccere (che all’epoca però consueto non lo era affatto) alla registrazione low-fi da cantina; dalle chitarre zanzarose che macinano riff trucidi e sgraziati con poco sfoggio di tecnica alle cascate di blast beats, spesso alternate al più classico tu-pa tu-pa; dallo screaming demoniaco e sofferente alle atmosfere glaciali; per concludere con le più esplicite dichiarazioni di guerra al cristianesimo contenute nel booklet.

Tutto in ordine quindi ma era roba che ai tempi suonava fresca e inusitata e faceva perfino un po’ paura. La band riesce ad alternare discretamente le sfuriate violente a momenti più cadenzati ed anzi sono proprio le parti in mid tempo quelle a mio giudizio meglio riuscite, come avviene ad esempio nelle conclusive “Fimbulwinter Sacrifice” e “Roaring Hellfire”; non mancano due must dell’epoca, ovvero il pezzo più Bathory-oriented (“Black Metal Storm”) e la cover dei Celtic Frost (“Morbid Tales”), uno dei gruppi che più contribuirono, insieme ai Venom e ai già citati Bathory, a gettare le basi dell’ondata norvegese. In generale però i pezzi (oggi lo possiamo dire con franchezza) non sono eccezionali e nel suo insieme questo disco suona un po’ come la copia meno riuscita di “A Blaze In The Northern Sky”, senza tuttavia averne la forza dirompente e l’importanza seminale, ma in quegli anni ribollenti queste sonorità erano ben lungi dal possedere quei tratti artificiali, manieristici e perfino caricaturali che purtroppo in molti casi assumeranno in futuro, e quindi anche questo “Servants Of Sorcery” può tranquillamente ritagliarsi il suo decoroso spazio nel grande libro del black metal. Un piccolo pezzo di storia, una testimonianza dei tempi che furono, che vale comunque la pena di riscoprire se siete cultori del genere.