Qwälen – Unohdan Sinut

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A giudicare dal viso pulito da giovani universitari che sfoggiano in una foto promozionale, diresti che i finlandesi Qwälen suonano una sorta di post metal dalle influenze gotiche, stile vampiri effeminati tipo quelli del famoso dark movie “Twilight”. Nulla di più sbagliato, perché questi simpatici nerd, amanti della barba curata, degli occhiali in resina nera e dei capelli leccati, sono nervosi, agitati e incazzati, e questa rabbia la sprigionano in “Unohdan Sinut”: sette missili di black metal becero e primitivo, che suona dannatamente vintage come il rombo di un’auto d’epoca a carburatore. L’attenta e italianissima etichetta Time To Kill Records sta promuovendo in maniera massiccia questo esordio, definendolo come l’incrocio che finora era mancato tra il black metal e il punk. Tutto ciò non ha fatto che incuriosire noi addetti ai lavori, perchè se il black n’roll o il thrash black metal sono all’ordine del giorno, di punk black abbiamo ancora pochi esempi rilevanti, a meno che non vogliamo buttare nel calderone band come i conterranei Bonehunter, ma per loro il discorso sarebbe un po’ diverso.

Al primo impatto il disco ha effettivamente sembianze black metal molto canoniche e si vede che i ragazzi hanno imparato alla perfezione la lezione che la scuola Bathory, Mayhem e Darkthorne ha insegnato loro, ma è indubbio come il background punk-core del gruppo emerga, soprattutto nell’interpretazione delle song, una dietro l’altra in maniera “live”, incessantemente, come una cascata di piombo che si riversa su di noi.

L’approccio dei Qwälen è un’equazione semplice da capire: velocità interstellare + tempeste di blast beats + voce fulminante, che fa venire la tosse al solo pensiero di replicarla, moltiplicato sette volte. Tutto molto semplice, ma se questa veste hardcore può fare proseliti, nel black metal spesso è necessaria una maggior enfasi verso l’atmosfera, che in questo caso si materializza soprattutto nel groove della possente “Hän Ei Tule Koskaan”, dove il riffing si differenzia dagli altri pezzi, grazie a ritmiche più cadenzate, senza lasciarsi andare per forza a velocità da navicella spaziale, così come nell’opener “Pimeä Tila”, dove i nostri baffuti eroi ci deliziano, a metà pezzo, con un cambio tempo da applausi a scena aperta.

Brano dopo brano ci rendiamo conto però di come il disco sia stato concepito in maniera unidimensionale, senza lasciare spazio a soluzioni più ragionate ma basando tutto sulla prepotenza, anche se sporadicamente emergono idee interessanti nelle linee melodiche delle chitarre, che addolciscono l’amara pillolina, al netto della voce di Eetu, spesso e volentieri un vero incubo, il più delle volte fastidiosa e monocorde.

Il punto forte del disco è senza dubbio la coerenza old school che la band ha voluto esprimere, sottolineando idee ben chiare che non scendono a compromessi; il massacro è servito facendo presagire le ombre oscure dell’apocalisse che è alle porte. Pregi e difetti, com’è giusto che sia per un debut album: in questo caso l’ago della bilancia sta perfettamente al centro, ma abbiamo voluto premiare la coerenza e la ricerca di un’identità sonora ben distinta, nell’unione tra una proposta più “sperimentale” e la classica scuola finlandese: una prova tutto sommato discreta, che fa intuire margini di miglioramento da parte di questi giovani maniaci.