Medieval Demon – Arcadian Witchcraft

0
572

Il nome dei Medieval Demon probabilmente non risulterà del tutto sconosciuto ai più fanatici cultori dell’underground black metal ellenico. La band guidata da Lord Apollyon e Sirokous (al secolo i fratelli Kostas e Alexandros Karras) infatti muove i primi passi sulla scena nel lontano 1994, pubblicando una manciata tra demo e split, per poi approdare all’esordio sulla lunga distanza con “Demonolatria” nel 1998. Segue un lungo periodo di silenzio (intervallato soltanto dall’uscita di una compilation celebrativa nel 2010), fino al 2018, anno in cui il gruppo risorge come la fenice dalle proprie ceneri e pubblica il secondo full length, “Medieval Necromancy”, con la complicità dell’onnipresente Hells Headbangers Records, etichetta sotto l’egida della quale vede la luce anche questo nuovo “Arcadian Witchcraft” terza fatica sulla lunga distanza dell’ensemble greco, nella cui line up è entrato a far parte in pianta stabile, nelle vesti di bassista, niente meno che il redivivo Jim Mutilator, personaggio chiave della scena di Atene negli anni d’oro, ex Varathron e Rotting Christ, ed oggi mente e motore del nuovo progetto Yoth Iria (di questa collaborazione lui stesso ci ha spiegato qualcosa di più in questa intervista). Viste le origini della band è facile prevedere che in questo nuovo platter potremo ascoltare del black metal vecchia scuola di pura matrice greca, sulla scia dei classici del genere: ed in effetti è così, e potremo aggiungere che “Arcadian Witchcraft” va ad ingrossare le fila delle recenti uscite di grande qualità che negli ultimi anni sembrano aver riportato la scena dell’Ellade agli antichi splendori.

Questo disco è caratterizzato da ritmi nel complesso mai troppo veloci, con una predilezione per i mid tempos rocciosi e muscolari, che a volte sfociano in rigurgiti doom assolutamente apprezzabili nei loro rimandi ai classici del genere (è il caso ad esempio dell’oscura e pesante “Seeking Blood In The Blackness”): le caratteristiche salienti del tradizionale sound greco ci sono tutte (con un occhio di riguardo ai primi, seminali dischi dei Necromantia): dalle melodie arcane alle atmosfere magico-rituali, dalle mai sopite influenze heavy metal alla resa sonora sulfurea ed avvolgente, con un approccio che volge costantemente lo sguardo al passato ma che riesce a risultare sorprendentemente fresco ed accattivante anche alle orecchie di chi con queste sonorità ci è cresciuto. Volendo uscire dai confini nazionali, ascoltando l’album si potrebbero fare ulteriori accostamenti, in particolare con i Samael dei primi lavori o con i primi Master’s Hammer ad esempio, per le atmosfere dal sapore rituale che la band riesce ad evocare mantenendo un approccio classico, senza mai lasciarsi andare ad esecuzioni frenetiche e disumane, restando invece costantemente focalizzata sulla forma canzone, curando arrangiamenti e strutture, senza affidarsi unicamente all’istinto e alla ferocia.

L’uso delle tastiere, utilizzate in abbondanza sia nelle intro che nel corpo dei vari pezzi, merita un commento più approfondito: il suono dello strumento è spesso simile a quello di un organo e questo non fa che enfatizzare il piglio esoterico dei pezzi, andando addirittura a tirare in ballo realtà della vecchia e gloriosa scena prog italiana degli anni settanta (Jacula su tutte), per indulgere in alcune occasioni in barocchismi teatrali (che per fortuna non risultano stucchevoli, anzi; si ascolti ad esempio “Nocturnal Gates Through The Night Mist” o la title track posta in chiusura, a mio giudizio l’episodio migliore del lotto), strizzando l’occhio perfino a certi Arcturus.

Al di là dei gusti personali e degli accostamenti, che potrebbero essere opinabili, possiamo dire che i Medieval Demon ci offrono un disco maturo, con pochi cali di tensione, che resta in equilibrio tra spunti decisamente personali e fedeltà alla vecchia scuola: il che non deve stupire, considerato che alcuni pezzi contenuti in questo album in effetti furono concepiti nella loro forma embrionale proprio nei primi anni novanta, e che lo stesso Mutilator diede una grossa mano ai tempi alla stesura delle prime demo della band. I suoni sono polverosi e grezzi il giusto, con le tastiere che spesso risultano in primo piano rispetto alle chitarre nei passaggi nei quali questi strumenti intrecciano le rispettive linee melodiche; il che non è necessariamente un difetto, tenuto conto del tiro del disco e del feeling che il gruppo intende creare. Tirando le somme, non siamo di fronte ad un capolavoro ma ad un’opera che si va ad inserire con autorevolezza nel panorama underground greco, che è tornato ad essere fresco e produttivo come non mai, restituendoci una vecchia/nuova band ancora in grado di lanciare sull’ascoltatore i propri neri incantesimi con grande efficacia.