Malum – Devil’s Creation

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Nonostante questo nuovissimo “Devil’s Creation” rappresenti il quarto disco in soli sei anni per la band di Turku, possiamo apertamente dire che chi oggi non conosce i Malum non può considerarsi un conoscitore del black metal in generale. Queste possono sembrare parole forti ma il combo finlandese si è ritagliato un suo spazio all’interno del culto finlandese e con questo nuovo platter cerca di ribadire il concetto, anche se effettivamente abbiamo tra le mani un disco onesto e sincero ma che rispetto al precedente “Legion” risulta essere un passo indietro pur mantenendosi piacevole in mezzo a tanta mediocrità. Non era facile ripetersi dopo le fucilate espresse nella terza fatica in studio; la band, forse a causa numerosi impegni (i membri appartengono, tra gli altri, a gruppi come Flagg, Kalmankantaja, Archgoat, Sarkrista), ne esce un po’ provata e questo “Devil’s Creation” ne paga le conseguenze. Dai Malum è lecito aspettarsi sempre il meglio, tra violenza anticristiana e qualità: fedeli alla tradizione finlandese quasi in maniera ossessiva, impressionano per una compattezza fuori dal comune, che si manifesta in ogni singolo brano; tecnica cristallina e coesione sono tra le caratteristiche che più possono rappresentare dal punto di vista strumentale i Malum, che in questo caso tralasciano tuttavia quella sfrontatezza che li renderebbe ancora più unici.

“Messiaan Kuolema”, autentica gemma del disco, ne è la prova: un brano lungo che inizia in maniera cadenzata ed epica, navigando in acque torbide, per poi sfociare in una classica tempesta di blast e ferocia, manca però di quel particolare che lo avrebbe reso davvero un brano immortale, come ad esempio un uso ragionato di clean vocals, che avrebbero enfatizzato il lato epico ed evocativo della song. Ma parlando di ciò che abbiamo per le mani, non possiamo che complimentarci con Tyrant e soci per la prova mostruosa e instancabile, anche se proprio le vocals del leader sono croce e delizia di questo lavoro: se da un lato il suo scream acuto e acido riesce ad essere perfettamente coerente con la proposta brutale della band, con il passare del tempo paga l’essere monocorde, poco versatile e derivativo, risultando a tratti ripetitivo, ossessivo e noioso.

Paradossalmente la band riesce a esprimere il suo malvagio messaggio al meglio quando alza il piede dall’acceleratore e si lascia andare a mid tempos luciferini e marziali come in “The Curse”, dove lo stesso Tyrant si trova a suo agio cercando di adattare al meglio le sue vocals (o per lo meno ci prova). Ogni singola song è strutturata in maniera maniacale, tra cambi di tempo e arrangiamenti da band di calibro superiore: in “Dead But Breeding” è evidente l’intenzione della band di enfatizzare il lato atmosferico con il consueto tappeto di tastiere in sottofondo e i costanti rallentamenti che non vengono però, ancora una volta, valorizzati dall’apporto vocale sempre troppo monocorde. A chiudere il lavoro ci pensa “Son Of The Dracul”, lungo e intricato pezzo malvagio come da copione, che ripete il classico avvicendarsi tra bordate blast e rallentamenti e dove largo spazio è dato alle tastiere e al basso, che per tutto il disco riesce a creare un muro sonoro di un certo livello, avvalorato dall’ottima produzione, che risulta vintage, gelida e ruvida ma mai anacronistica. Difficile essere totalmente obbiettivi nel giudicare un lavoro come “Devil’s Creation” in quanto si tratta del tipico buon disco di black metal classico in formato old school, con picchi qualitativi in almeno tre tracce, mentre le restanti hanno quel retrogusto di compitino svolto in attesa del definitivo “salto di qualità”, che siamo sicuri non tarderà ad arrivare.