Arna – Dragged To A Lunar Grave

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Dunque… copertina in rigoroso bianco e nero, raffigurante in primo piano un bel teschio di caprone e, sullo sfondo, il più classico dei candelabri; logo illeggibile; titolo del disco nel più tradizionale dei caratteri gotici… considerate queste premesse cosa ci potremmo mai aspettare da questo “Dragged To A Lunar Grave”, esordio direttamente sulla lunga distanza dei catalani (di Barcellona) Arna? Come accade abbastanza spesso l’aspetto esteriore rivela quasi immediatamente il contenuto sonoro, con poche sorprese, e in questo caso otteniamo la conferma non appena premuto il tasto play. Siamo infatti di fronte ad un lavoro di raw black metal, senza contaminazioni e completamente immerso in quell’atmosfera mortifero-depressiva e vampiresco-medievale che negli ultimi tempi l’underground metallico più profondo pare stia riscoprendo su entrambe le sponde dell’oceano (Europa e Stati Uniti), ovviamente con risultati altalenanti, come sempre avviene.

Gli Arna sono un duo di recente formazione, del quale fanno parte il chitarrista Sanguinous Moth e il cantante Morthalion, entrambi coinvolti in altri progetti come Wampyric Winter e Aonarach, e si inseriscono sostanzialmente in questo filone, distinguendosi parzialmente dalla media dei gruppi facenti parte del rooster della portoghese Signal Rex (etichetta che notoriamente scava nell’underground più lurido) per una produzione più professionale e per una qualità della registrazione decisamente superiore; il suono è piuttosto “moderno” ma mantiene un certo grezzume ed una certa sporcizia di fondo: il che non è un male, visto che il feeling lugubre ed oscuro del disco non viene minimamente intaccato da questa scelta e nel contempo si ha la possibilità di apprezzare meglio i cambi di umore di un lavoro sì costruito su strutture minimali ma non privo di sfumature e variazioni.

Si viaggia comunque nei territori della tradizione, con un classico screaming affilato, bestiale e lacerante ed un ancor più classico riffing secco, gelido e nervoso, tanto caro al black metal di stampo nordico (che nella fattispecie si potrebbe accostare in parte agli Arckanum o agli Spectral Wound, per fare un nome più recente), che si lascia a tratti “ingentilire” da qualche stralcio più melodico, galleggiando tra sfuriate malefiche e momenti più solenni o malinconici; il tutto incorniciato da squarci ambientali, posti quasi sempre a mo’ di intro ed outro dei vari pezzi.

Pezzi che sono tutti di media-lunga durata e si dipanano tortuosi raccontandoci di storie di rituali mortiferi, vendetta, disperazione e antiche divinità (l’aspetto lirico-concettuale è abbastanza curato). Tutto sommato siamo al cospetto di un discreto dischetto, con alcuni spunti interessanti (su tutte citerei l’opener “Gallows Tree”), che probabilmente non cambierà la storia del genere ma che si lascia ascoltare con piacere e potrebbe perfino ritagliarsi il suo piccolo status di album di “culto”.