Vananidr – Beneath The Mold

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L’ultimo scorcio del 2022 ci ha consegnato l’atteso ritorno dei Vananidr, al quarto full length a due anni dal buon “Damnation”, con quarantaquattro minuti di massacro sonoro nuovo di zecca, pronti a esplodere nelle casse del nostro impianto fumante di rabbia. “Beneath The Mold” segna diverse novità tra le fila degli svedesi, sempre comandati dal loro irriducibile condottiero Anders Eriksson, questa volta affiancato in studio da quella macchina umana dietro le pelli che prende il nome di Fredrik Andersson, già negli Amon Amarth  ed ex Netherbird, e dal nuovo bassista Per Lindström. Sarà forse per questo che la band fa emergere la sua vena più “svedese”, tra malinconia, oscurità, melodia e l’onnipresente violenza marchiata da quella epicità battagliera che solo gli svedesi riescono a trasmettere. “Beneath The Mold” si lascia alle spalle l’aura più spiccatamente underground dei precedenti lavori in favore di una differente concezione di black metal meno impulsiva ma più articolata, con maggiori tecnicismi ma non per questo prolissa e inaccessibile, dove le linee melodiche fanno il bello e il cattivo tempo. L’ascolto è realmente complesso, si percepiscono tutti gli elementi che hanno reso nota la band ma anche la volontà di alzare l’asticella, creando composizioni fiere e imponenti che mettono in luce tutta l’esperienza maturata negli anni.

Si parte con “Dominion”, un brano dalle tendenze quasi atmosferiche, con melodie di chitarra sognanti e intricate che creano un retrogusto quasi dark, in un crescere di emozioni oscure che conduce alla successiva “Awake”, saggio di bravura della band, con l’inquietante corpo d’apertura che introduce un guitarwork killer come una tempesta in pieno inverno, sottolineando la sensazione di freddo e desolazione. “The Watcher” è un pezzo che va ascoltato con attenzione, all’inizio solenne e riflessivo, assume poi connotati differenti, aumentando di intensità in una metamorfosi letale che travolge senza lasciare scampo, con le chitarre che si fanno più pesanti, riferimenti thrash e il blast che diventa protagonista. La titletrack è una tempesta irruenta, con un inquietante break centrale di pianoforte che si fa strada sinché la prepotenza ossessionante del muro di riff non si erige nuovamente in maniera dirompente.

Con “Dressed In Pain” e “Sea Of Lies” si giunge al termine del disco, con una combo che ne rappresenta probabilmente il culmine: riff dinamici di death/black metal, melodie maestose, cambi tempo senza soluzione di continuità, in un ottimo compromesso tra rabbia e straziante disperazione. Gridare al capolavoro pare insensato per un disco simile nel 2022, ma giungendo alla fine possiamo affermare di trovarci davanti a uno di quei lavori che al giorno d’oggi è raro ascoltare in un contesto oltremodo inflazionato. La violenza riesce a convivere perfettamente con la mestizia, la melodia e l’atmosfera, grazie anche ad un mix finale che dà enfasi alle chitarre e ai bassi (mentre la batteria risulta leggermente soffocata, ma è un dettaglio che, di fronte a un songwriting simile, può essere trascurato). Maestri.