LIK – Ma Ljuset Aldrig Na Oss Mer

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Lik è una one-man band di origine svedese, progetto di un oscuro personaggio che risponde al nome di Graav e che si occupa interamente sia delle liriche che della parte musicale, il quale esordisce per la tedesca W.I.C. Production con quest’opera degna di nota e veramente apprezzabile per la capacità dimostrata dal Nostro di creare melodie accattivanti e suggestive ed al tempo stesso pregne di un senso di infinita tristezza e melanconia. Le composizioni sono alquanto semplici e dirette e vanno subito a bersaglio grazie alla spontanea immediatezza dei riffs, a volte accostabili al black metal più per suggestione emotiva che per direzione musicale consapevolmente scelta. La proposta musicale di Lik è definibile come un black metal sui generis, piuttosto scarno e asciutto nelle strutture e molto originale per il gusto melodico assai spinto, che riesce a creare quasi inaspettatamente un’atmosfera claustrofobica accompagnata da un senso di perenne angoscia, di costante attesa di un evento violento e mortifero, di un’ombra che sembra costantemente sul punto di materializzarsi ma che mai si manifesta, lasciando l’ascoltatore in uno stato di prostrazione quasi fisica e avvolgendolo in una fitta ragnatela di letale e funerea depressione. Da un punto di vista prettamente musicale Lik è accostabile ad alcune trovate dell’ultimo disco (forse da troppi sottovalutato) degli Armagedda, band di cui lo stesso Graav fa parte, ma se ne differenzia per uno spiccato senso del groove, che a tratti ricorda molto da vicino i norvegesi Khold, e per l’uso brillantemente multiforme delle vocals. Si passa infatti da un cantato raschiato e rauco, ad uno impostato, semi-pulito e quasi “recitato”, che riporta alla mente alcune suggestioni epic-pagan, ad uno strisciante e sussurrato (emblematica da questo punto di vista “Hate to be human”, perfetta nella sua disperata semplicità). Proprio il cantato, insieme alla produzione, assolutamente indovinata per una proposta di questo tipo, contribuisce ad infondere alle songs quel senso di tristezza sospesa e di incombente tragedia, alimentato anche da riffs ipnotici e ripetuti ciclicamente (non più di due – tre per canzone), che sembrano essere il marchio di fabbrica di questo artista che predilige composizioni dall’andamento cadenzato e circolare, mai eccessivamente veloci o violente, che accompagnano l’ignaro ascoltatore in un vortice di autodistruzione e gelido nulla (si ascolti ad esempio l’ultima traccia, una strumentale ricca di un pathos cupo e freddo). Un prodotto malsano, ottimo per chi, come il sottoscritto, ama un black metal lineare ma efficace, che sa colpire senza perdersi in fronzoli ed inutili orpelli: una lietissima sorpresa nella speranza di ascoltare a breve qualcosa di nuovo di questo interessante artista.