Empire Of The Moon – Εκλειψις

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Negli anni la Grecia ha sempre prodotto una quantità indefinita di lavori qualitativamente sopra la media in campo estremo e, se nella prima metà del 2019 non abbiamo assistito a numerose uscite discografiche, in questi ultimi mesi dell’anno da Atene giungono piccoli capolavori a getto continuo. Questa puntata del nostro classico varietà satanico è dedicata alla nuova uscita della cult band Empire Of The Moon, che a distanza di sei anni dal debutto, alza ulteriormente l’asticella e piazza il secondo colpo discografico; un disco monstre nella forma e nella sostanza, che ha tutta l’aria di dimostrarsi più che una conferma. “Εκλειψις”, in uscita per la “solita” Iron Bonehead, rappresenta ciò che di più epico abbiamo ascoltato quest’anno, un disco di puro black metal oscuro, mistico e melodico al punto giusto, tale da potersi definire un piccolo capolavoro underground, senza se e senza ma. Sorprende come il trio ateniese sia riuscito a dare un seguito qualitativamente superiore al già ottimo “Πανσέληνος”, mantenendone l’attitudine occulta e riuscendo nell’impresa di aggiungere atmosfere da incubo, senza mai tralasciare quell’epicità di fondo che da sempre distingue le bands provenienti da questa terra. Anima nera e cuore sanguinante per questi ragazzi, che in sette pezzi, per un totale di poco meno di quaranta minuti, inseriscono pure un concept strutturato in quattro brani di rara bellezza, che rappresenta il vero biglietto da visita delle capacità di un combo che, nonostante sia esistente dalla metà degli anni novanta (proprio quando la terra greca dimostrava al mondo intero di che pasta era fatta con gruppi come Necromantia e Rotting Christ), solo adesso riesce a esprimere il suo potenziale, senza snaturare la propria attitudine, ancorata fieramente allo stile di quel periodo.

Difficile parlare di un disco che si potrebbe in una parola descrivere come “organico”; ossia un disco compatto dove ogni singolo brano sorregge il prossimo come se facessero tutti parte di un’unica grande song. Questo sta a sottolineare l’elevatissima qualità che la band è riuscita a tirare fuori dalla penna e dagli strumenti registrando un disco che potrebbe diventare un piccolo oggetto di culto. Le influenze mediterranee sono tangibili canzone dopo canzone, e se “Arrival” rappresenta l’intro perfetta per accomodarci nell’ombra dell’impero della luna, “Imperium Tridentis” è una delle migliori opener ascoltate in questi ultimi mesi. Un imperioso attacco di batteria dà il via a questo brano, che si rivelerà il migliore del lotto, senza nulla togliere agli altri. Ma l’impatto e la struttura fanno sì che sia facile memorizzarlo, grazie al riffing indiavolato del mastermind Ravenlord Wampyri Draconian (già in Chaosbaphomet e Tatir), che del resto svolge un lavoro egregio per tutta la durata del platter, alternando con sapienza fucilate di tremolo a cannonate in palm mute, che danno quel profumo di classico al disco. Il mini concept di cui si diceva si articola su quatto pezzi, di cui i primi tre contigui e l’ultima parte posta in chiusura di lavoro.

Apre il sipario “The Resonance Within”, una tipica black metal song malvagia, sorretta da tempi più veloci della luce e abbellita a metà da un rallentamento che sfocia con fare marziale in un cambio tempo dal sapore puramente thrash, grazie a un riff granitico e possente, che lentamente si trasforma in un vero e proprio inno epico, complici le clean vocals che conferiscono un tangibile alone occulto. “Two Queens Appear” non perde tempo e attacca con un riff heavy e un mid tempo tanto epico e imponente da riportarci agli antici splendori dell’antica Grecia; il tutto avvalorato da un guitar solo di matrice classica che ribadisce e rinforza l’epicità del brano.

Il lavoro costante delle tastiere a contorno e delle chitarre (sia ritmica che solista), oltre all’alternanza tra scream vocals e voci pulite (seppur centellinate), creano una costante curiosità nell’ascoltatore, rendendo “Εκλειψις” un disco lontano anni luce dalla banalità di molti prodotti underground. Basta ascoltare ad esempio “Descending”, la terza parte del mini concept, che inizia con un mood drammatico al limite di una black ballad, per poi mutare in una black metal song indiavolata dalle tinte sinfoniche e terminare con una coralità quasi biblica, che lascerebbe spiazzato chiunque. Nessuna tregua, brano dopo brano: e infatti “Devi Maha Devi” (l’altro pezzo, insieme all’opener e all’intro, non appartenente al concept), dopo un inizio in sordina sostenuto da chitarre acide, parte a briglie sciolte con sfuriate a cavallo tra black e thrash dal sapore ottantiano e harsh vocals che penetrano il cervello. In chiusura “Son Of Fire”, suite di dieci minuti che, tra bordate di violenza, rallentamenti e inserti sinfonici, riassume ciò che gli Empire Of The Moon sono oggi: una fucina di idee tra magia, misticismo e oscurità, una band dalle capacità compositive fuori dal comune, fiera erede di una scuola, quella ellenica, che per ispirazione ha davvero pochi rivali.