Obscure Relic – Black Sorcery Devotion

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Quando pensiamo al black metal brasiliano o più in generale sudamericano siamo solitamente portati a focalizzarci su bands come Sarcofago e simili e comunque su quel modo di intendere il genere un po’ bordeline, che mescola senza troppi patemi influenze thrash, death e speed old school in un calderone ribollente e informe: un approccio molto lontano da quello europeo, che in ogni caso ha segnato un’epoca e continua ancora oggi a fare scuola, pur avendo in parte smarrito l’effetto sorpresa e la forza dirompente dei primi tempi. Gli Obscure Relic arrivano da Rio De Janeiro ma hanno un’impostazione completamente differente: il loro black metal infatti segue le orme dei vecchi maestri scandinavi ed è saldamente ancorato agli stilemi della così detta “seconda ondata”, sia dal punto di vista compositivo che per quanto riguarda la registrazione, pur conservando qualcosa della genuina irruenza esecutiva della scena del loro paese d’origine. Attivi dal 2019, i nostri cinque simpatici amici pittati come d’ordinanza hanno dato alle stampe una demo e un’ep ed ora debuttano sulla lunga distanza con questo “Black Sorcery Devotion” che, come le loro precedenti uscite, si muove in maniera rigorosa tra la Norvegia e la Svezia dei primi anni novanta, proponendo soluzioni e strutture ben note, ma non prive di una familiare attrattiva, e dimostrando di aver completamente assimilato e fatto propria la lezione dei loro numi tutelari.

In particolare il gruppo sembra essere cresciuto a pane e primi Marduk e Dark Funeral, a giudicare dalla violenza sulfurea della loro musica, che tuttavia, almeno in alcune occasioni, non è priva di un certo gusto melodico e, in una tempesta continua di blast beats e riff al fulmicotone condita dal più tipico screaming demoniaco, si concede anche qualche momento più cadenzato e vagamente epico, come accade ad esempio in episodi come “In The Temple Of The Dark Light” e “To The King Of Seven Crossroads”, dove i ritmi rallentano leggermente, a tutto vantaggio dell’atmosfera. Per il resto il disco è un assalto continuo ed i primi tre brani, a parte la breve intro, mettono immediatamente in chiaro le intenzioni della band con il loro incedere furibondo che non fa prigionieri e la loro ferocia espressiva, irregimentata in schemi canonici ma in questo caso ancora adeguati.

Le cose migliori però le possiamo ascoltare nella seconda metà del lavoro dove l’approccio monolitico (e alla lunga un po’ ripetitivo, bisogna dirlo) lascia spazio a spunti più vari ed interessanti, pur nel recinto di una proposta che resta comunque ortodossa fino al midollo: mi riferisco in particolare a “Satan, Victorious!”, canzone più “orecchiabile” grazie ad un buon lavoro chitarristico e soprattutto ad un ritornello di sicura presa, che promette di essere decisamente efficace in sede live, e a “The Seals Of Necrorevelations”, il brano forse più immediato del lotto, retto da una felice intuizione melodica di matrice “finlandese”. La resa sonora è squisitamente underground, con tutte le pecche e le ingenuità del caso (ad esempio il volume delle chitarre che copre tutto in alcuni frangenti) ma anche con quel fascino particolare che solo un suono sporco e grezzo riesce a conferire a lavori questo tipo. In definitiva “Black Sorcery Devotion” non è certo un disco imperdibile e non rivoluzionerà la scena sudamericana, ma si tratta di un buon lavoro, oscuro e genuino, che piacerà soprattutto a quanti continuano (in maniera legittima) a volgere lo sguardo al passato, con una punta di amara nostalgia.