Hohenstein – Weisser Hirsch

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Fermatelo! Cernunnos, al secolo Jan Hümpel, o per i più colti “il dio cornuto”, in questi ultimi due anni è uscito con una serie di lavori di grande spessore: basti ricordare il masterpiece dei Meuchelmord “Waffenträger” o l’imminente debut album (presto su queste pagine) degli Eisenkult, che si dimostreranno essere una vera e propria all star band nel panorama estremo germanico. Hohenstein, probabilmente un tributo all’omonima cittadina sassone, è il nuovo progetto del nostro eroe con il quale, con l’aiuto del drummer Caedem, si cimenta in un black metal marziale e sempre orientato verso sonorità belliche ma tendente più che mai verso orizzonti al limite del depressive e dell’atmospheric. “Weisser Hirsch”, tradotto in italiano “il cervo bianco”, creatura sicuramente collegata in qualche modo con Cernunnos, si presta ad essere una divagazione artistica di Jan, che abbandona il più classico trademark black, ossia chitarre in tremolo condite da blast beats a mitraglia, per dare spazio esclusivamente a riff più rarefatti e cadenzati, meno zanzarosi e più compressi, passando a ritmi lenti ed elementari ma carichi di groove. L’impresa del nostro vichingo a conti fatti non è semplice: calamitare l’attenzione su un disco che risulta essere fondamentalmente lento; e questo, soprattutto con l’audience black metal, può creare una sorta di conflitto tra intenti dell’artista ed attese dell’ascoltatore. Hohenstein è un progetto riuscito a metà: da un lato la classe e l’esperienza dell’artista fanno sì che, nonostante l’eccessiva quantità di riff basilari e ripetuti all’eccesso, riesca a coinvolgere chi ascolta, grazie alla carica bellica e primitiva ma, dall’altro, inequivocabilmente la noia a tratti fa capolino e sovrasta le buone idee proposte dal combo teutonico.

Andando per ordine, dopo un’intro con rumori di battaglia tra synth e quant’altro, “Sundalschlacht” irrompe imperiosa nel migliore dei modi, con un riff arioso, epico e invincibile, pronta a scaldare le lame delle nostre spade: una canzone caratterizzata da un incedere lento e cadenzato, degno del miglior epic metal anni ottanta, e avvalorata da uno stacco centrale atmosferico, che insieme alle seguenti “Grüner Altar” e “Ahnengrab” completa la prima parte del disco, che è anche la migliore, e ci ricorda che il black metal è un genere davvero versatile e può veicolare un’intensa carica emotiva anche senza indulgere in velocità eccessive. “Brøhn” rappresenta uno spartiacque nel disco, una strumentale atmosferica che suona come una sorta di preludio ad una guerra che ormai ha ancora poco da dire: i soldati sono stremati e le poche forze rimaste sono a malapena sufficienti per trascinarsi lontano dal fronte e mestamente tornare a casa dai propri cari. La seconda parte del disco così introdotta rappresenta infatti l’altra faccia degli Hohenstein, quella più marcatamente depressive, che effettivamente non riesce mai del tutto a decollare e che potrà piacere solo ai maniaci del genere. Molte black metal band tendono a focalizzarsi esclusivamente su velocità disumane per sopperire alla mancanza d’idee; in questo disco Cernunnos non si nasconde e macina una quantità di riff lenti e deprimenti senza precedenti nella sua ormai ampia carriera discografica. Ma se nelle composizioni succitate il tutto funziona, grazie pure a un groove efficace e coinvolgente, nelle successive “Ewige Flamme” e “Runenkrieger” purtroppo la noia regna sovrana, forse per un calo di fantasia compositiva, tra riff dilatati e dilanianti ripetuti all’infinito, che rendono difficile non mandare avanti i pezzi.

La conclusiva “Algiz In Brand” dovrebbe avere il compito di terminare col botto un lavoro iniziato bene e lentamente andato perdendosi lungo il tragitto, ma non ci riesce appieno, lasciando nella nostra memoria solamente un riff iniziale ovattato ed epico ma, pure in questo caso, ripetuto sino allo sfinimento, sino alla breve accelerazione finale che regala perlomeno un pizzico di enfasi. Difficile recensire un disco come “Weisser Hirsch” che si distacca dalla media delle uscite tedesche, solitamente più dedite a un black feroce e brutale, dove la velocità, mista a melodia malsana e deprimente, è il minimo comune denominatore. Cernunnos ha scritto un disco per sé, per sfogare il suo lato più malinconico e depresso, seppur senza rinunciare del tutto alla sua vocazione bellica: il risultato è altalenante ma di sicuro ammirevole per la passione contenuta in questi inni di guerra e malinconia. A posteriori, se l’album avesse contenuto altri passaggi più “tirati”, staremmo probabilmente parlando di un grande lavoro, sostenuto da una produzione davvero di livello, ma l’ascolto, superata la metà, si trascina lentamente sino alla fine senza grandi sussulti. Un disco ben riuscito per metà quindi, che consigliamo a coloro che amano le atmosfere epiche ma, soprattutto, a coloro che si dilettano nel procurarsi ferite da taglio.