Armagedda – Svindeldjup Ättestup

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Sedici lunghi anni di digiuno, nei quali gli Armagedda sono riusciti sapientemente, grazie a qualche sporadica uscita di ep o singoli, a crearsi nell’immaginario collettivo una coltre di nebbia che ha reso ancora più tetra la loro oscura immagine sbiadita, innalzando il loro status a quello di band di culto. Come accade nella maggior parte dei casi, questo posizionamento nel black metal business è dovuto a intelligenti strategie di mercato che, volute o meno, riescono ad attirare interesse nei confronti di un gruppo, facendo sì che ogni uscita venga attesa come la messa di Natale per i fedeli. Gli Armagedda, in tutti gli anni che hanno separato “Ond Spiritism”, edito nel 2004, da questo nuovissimo “Svindeldjup Ättestup”, in uscita in questo 2020, sono riusciti a tenere alto il proprio nome e a far sì che la band, tra uno split e l’altro, diventasse oggetto di desiderio dei blackster più incalliti. Face painting accattivante, copertine oscure tendenzialmente old school, uniti all’utilizzo della lingua madre, non hanno fatto altro che accrescere, sotto il profilo iconografico ed estetico, il loro nome nel mercato estremo mondiale. Dati per morti appunto nel 2004, nel 2019, grazie a due singoli, i nostri hanno dato un cenno di vita, come una bestia risvegliata dal fetore della paura dell’uomo. Il duo, risorto dalle profondità oscure, dove i raggi del sole non riescono a penetrare, ha ripreso coscienza ed iniziato dopo tanto tempo a musicare materiale blasfemo e spaventoso: e anche se questi due esseri sono sempre stati dei non morti, oggi come non mai dimostrano una brutale forza maligna, spinta da un impulso innaturale, e sono pronti a infestare il mondo con i loro canti d’oltretomba.

Facendo un doveroso passo indietro, la band, nata con il moniker Volkermord, fu inizialmente dedita a un black metal primitivo e minimale con i primi due full length, atteggiamento che mutò nell’ultimo “Ond Spiritism”, definito da parte della critica di settore come un classico moderno, col passare del tempo divenuto un classico a tutto tondo, grazie alla carica negativa e alla devozione suicida dei suoi sermoni satanici, cantati con voce tombale. Da qui i due diavoli Graav e Petterson decisero di prendersi una pausa. Il buon Graav, oltre a suonare nei suoi progetti LIK ed Ehlder, è stato imprigionato, si è reincarnato ed è nato una seconda volta; mentre Petterson ha avuto una vita più tranquilla e ha dedicato gran parte del suo tempo ai suoi progetti paralleli, quali Saiva e Stilla. Di comune accordo, dopo quasi un ventennio, hanno deciso di rievocare l’entità più malvagia da loro creata ed ecco che i primi contorni del nuovo corso degli Armagedda hanno iniziato lentamente a prendere forma e, dopo un significativo periodo di stesura, “Svindeldjup Ättestup” ha visto la luce delle tenebre. Se “Ond Spiritism” ai tempi era un lavoro che aveva connotati innovativi, questo “Svindeldjup Ättestup” suona quasi vintage: dalle prime note tuttavia sembra di ascoltare il prosieguo naturale di quel disco, tanto è forte la connessione tra suoni e sentimenti negativi che trasuda. Per creare maggiore coesione col passato, la band ha trovato opportuno iniziare il platter con una canzone intitolata appunto “Ond Spiritism” e far disegnare la bellissima copertina a E. Danielsson come nel 2004, riprendendone il soggetto: perpetrare una continuità tra le loro produzioni con un approccio vintage è ciò che gli Armagedda vogliono fare oggi.

Che sia voluto o meno poco interessa perché il risultato è ciò che tutti i fans del gruppo avrebbero voluto ascoltare. Sette brani articolati che invocano morte e resurrezione, dove le sfumature doomish e occulte la fanno da padrone, e la prova dei due musicisti risulta impressionante per quanto è fedele al culto nero, senza dimenticare il session drummer, direttamente dai Medico Peste, che ha contribuito al disco con dei fills di batteria semplici ma di grandissimo impatto. Non c’è tregua nei cinquanta minuti che musicano questi versetti malefici: un groove classico vecchia scuola, che non offre grandi margini di variazione a livello di songwriting, senza basarsi eccessivamente sulla velocità ma prediligendo i mid tempos; la band si gioca le sue carte con un songwriting spaventoso piuttosto che con urla e blast fini a sé stessi, a riprova che i nostri sono tornati sul mercato per dire la loro e non fare il semplice compitino. Non sembra sia passato così tanto tempo dal 2004 e, dopo una breve intro, è “Ond Spiritism” che ci accoglie nel mistico mondo degli Armagedda, e possiamo dire che questo brano da solo vale il prezzo del biglietto. Un brano eccezionale di puro e malvagio black metal allucinato che va a coprire tutte le dimensioni stilistiche del nostro genere preferito, dal blast, al tremolo acuto, agli arpeggi in distorto sinistri e malsani, con frequenti rallentamenti che ci trascinano nella disperazione del combo svedese. L’infinita quantità di dettagli e sfaccettature che compongono ogni pezzo del disco richiede svariati ascolti prima di potersi immergere totalmente in questa macabra atmosfera, a sottolineare l’evidente capacità tecnica del combo. Le allucinazioni continuano con tutti i seguenti brani, nessuno escluso: la band ha saputo unire in un connubio inossidabile il tradizionale con il “nuovo”, senza snaturare il tipico sound in grado di riportarci indietro nel tempo; una rivisitazione con occhi più maturi che non risparmia fame di metallo estremo, senza mai far mancare all’ascoltatore il giusto mix tra drammaticità, melodia e violenza.

Il corpo centrale del disco (“Djupens Djup”, “Guds Kadaver”) lascia intravedere l’anima più tendenzialmente doom prima che, come di consueto, i brani esplodano in una tempesta di metallo che ci trascinerà nell’abisso. Con furbizia la band lascia a fine disco le ciliegine: “Flod Av Smuts” ha un riff iniziale che ricorda vagamente il noto brano dei portoghesi Moonspell “In And Above Men”, per poi ovviamente evolversi in maniera demoniaca in un viaggio da incubo. Si chiude con “Evigheten I En Obrytbar Cirkel”, che si gioca con l’opener il premio di migliore pallottola della cartucciera. Un arpeggio inizale ripetuto fino allo sfinimento, che fa cadere quasi in trance tanto è ipnotico, e che durante gli undici minuti subirà una quantità indefinita di mutazioni e cambi di tempo, conferendo al pezzo lo status di suite conclusiva: tra tremolo acuti, arpeggi depressivi e riff devastanti, gli Armagedda portano a termine un disco che di sicuro farà parlare molto di sé e soddisferà la maggior parte dei loro adepti.

Volevate un ritorno degli Armagedda? Ebbene eccolo servito. Inutile fare paragoni con un passato che risale a quasi vent’anni fa ma la band, a dispetto di ciò che si sarebbe potuto pensare, è riuscita a rimanere coerente con sé stessa, senza snaturare il sound e il groove che da sempre sono il loro trademark, ma riuscendo ad unire il classico con un approccio più “moderno” (termine da prendere con le pinze), dando alle tenebre una forma a tratti stupefacente, come nel caso di pezzi sopraccitati come “Ond Spiritism”, “Flod Av Smuts” o il capolavoro “Evigheten I En Obrytbar Cirkel”, che ribadiscono l’intento con cui i nostri sono tornati, ossia conquistare il trono svedese del metallo più macabro e oscuro. Non un disco epocale ma di sicuro un ottimo ritorno, per certi versi inaspettato, e che ogni appassionato dell’estremo dovrebbe possedere nella sua discografia.