Burgûli – Runes

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È da un po’ di tempo che lo vado ripetendo e adesso mi tocca ribadirlo ancora una volta: se cercate il black metal più grezzo e marcio, dovete obbligatoriamente rovistare tra il ciarpame più putrido della scena iberica (spagnola e portoghese), che, insieme forse a parte di quella statunitense, è la più credibile erede di quell’attitudine autarchica, ortodossa, conservatrice e fieramente DIY che era propria della così detta “second wave” norvegese e delle Black Legions francesi. Burgûli è un’oscurissima entità spagnola (catalana per la precisione), una one man band dietro la quale si cela il mastermind e polistrumentista Kondea Gorthaur, e questo ep rappresenta l’ultimo parto malefico di una creatura che ha già dato alle stampe il full length di debutto (“Ombres”, uscito nel 2016), oltre alla consueta trafila di demo, ben quattro, pubblicati nel breve volgere di due anni. “Runes” offre esattamente tutto ciò che ci si potrebbe attendere da un lavoro di questo tipo: a partire dalla copertina in bianco e nero e ben disegnata, dal logo nel più classico font goticheggiante, fino alla registrazione e alla produzione orgogliosamente artigianali e low-fi, curate dallo stesso Kondea Gorthaur nel suo studio casalingo; tutto ci riconduce agli anni gloriosi del primo black metal nordico, quando questa musica era volta soprattutto a catturare emozioni negative, ad esplorare il lato oscuro che alberga in ciascuno di noi, senza troppe fisime tecniche.

Certamente qualcuno di voi potrebbe chiedersi che senso abbia produrre questo genere di black metal oggi, quando di acqua sotto i ponti ne è passata veramente tanta, ed abbiamo ormai assistito ad ogni sorta di contaminazioni (nel bene e nel male) e ad un’innegabile innalzamento degli standard compositivi ed esecutivi.

Non saprei: probabilmente c’è una parte di audience che è rimasta ancora lì, che ama di tanto in tanto ripercorrere i vecchi e battuti sentieri per riprovare ancora una volta quelle sensazioni.

“Runes” non tradirà le aspettative di costoro, grazie a quattro canzoni prevedibili quanto volete ma in grado di stringere lo stomaco dell’ascoltatore e di coinvolgerlo proprio dal punto di vista emotivo. Ritmi quasi sempre sostenuti, riffing assolutamente minimale, tremolo a cascata, sezione ritmica basica, blast beats come se piovesse ed uno screaming freddo e demoniaco, dalle tonalità piuttosto stridule, attraverso il quale il nostro Kondea Gorthaur declama i propri inni di morte, in inglese e in catalano: pochi e semplici ingredienti che ci trasportano in cripte buie e umide, tra pareti incrostate di muffa e sepolcri scoperchiati.

Tra i brani presenti in questo lavoro mi sento di segnalare soprattutto “The Dark Host”, ibrido black/ambient molto riuscito, che alterna un riff marcissimo e di chiara ispirazione darkthroniana ad inserti tastieristici davvero spiazzanti (l’elemento ambient è del resto ben presente anche nei precedenti lavori di questo progetto).

“Runes” è questo, niente di più e niente di meno: un dischetto di nicchia che, anche nell’ambito della già ristretta scena black, potrà essere apprezzato solo da un’ancora più ristretta cerchia di ascoltatori. Questa volta è proprio il caso di dirlo: prendere o lasciare!