Uada – Crepuscule Natura

0
502

Finalmente uno dei dischi di metal estremo più attesi dell’anno vede le tenebre dopo aver creato un discreto hype con i primi estratti, che facevano presagire un consolidamento della direzione intrapresa con “Djinn” che tuttavia, diciamoci la verità, tranne qualche buono spunto, non aveva fatto gridare al miracolo. Gli Uada, insieme a Gaerea e Misþyrming, rappresentano di fatto la punta di diamante di quella che può essere definita l’ultima ondata di black metal che ci ha invaso dal 2015 in poi, con caratteristiche ben delineate, tra le quali una massiccia componente melodica, gran quantitativo di riff, ottima tecnica dei singoli musicisti e influenze death che rendono più accattivante e oscuro il tutto. Tra lunghi tour mondiali, cambi di formazione e popolarità sempre in aumento, “Crepuscule Natura” dovrebbe presentare il disco della consacrazione per una band che mai come ora ambisce al grande salto ma è così solo in parte perché questo disco sviluppa i pregi del suo predecessore e ne smussa qualche difetto ma cade ancora una volta in quelli che erano i grandi limiti di quel lavoro, come l’eccessiva durata dei pezzi. I quasi venti minuti in meno rispetto al disco del 2020 facevano sperare che i brani avessero una forma più snella e accessibile ma i cinque pezzi qui contenuti risultano mediamente troppo lunghi, con una quantità di cambi tempo spesso forzati e fuori luogo che rendono l’ascolto tutt’altro che fluido e smorzano costantemente tensione e dinamica. Ma andiamo per gradi in quanto “Crepuscule Natura” è un disco che va analizzato nei singoli pezzi per poi trarre un giudizio complessivo.

“The Abyss Gazing Back” è un bel brano melodico e violento, che avrebbe tutte le carte in regola per essere un’ottima opener in sede live, se non fosse che alla metà dei suoi otto minuti di durata iniziano vari cambi tempo e rallentamenti come sfoggio di mera tecnica, che fanno calare l’attenzione e rendono l’ascolto inutilmente complicato. E lo stesso avviene nella seguente title track, che parte in maniera praticamente perfetta per poi essere stuprata da rallentamenti e cambi tempo che lasciano spiazzati e precludono un approccio che sarebbe risultato totalmente “in your face” grazie a un ottimo connubio tra chitarre thrashy, strofe epiche e corali e riff dal retrogusto hard rock. “The Dark (Winter)” ormai la conosciamo tutti e può essere definita come il manifesto del disco, una marcia iniziale con un basso distorto e rotondo, grande riff melodico ed epico che si stampa in testa immediatamente e strofa violentissima, ma anche in questo caso la tensione è brutalmente interrotta dal classico rallentamento centrale che pregiudica l’andamento lineare ed uniforme del pezzo che ancora una volta non riesce a decollare del tutto e a concludersi senza la tentazione di skippare. Il pezzo successivo è la già nota “Retraversing The Void”, il brano più maideniano mai scritto dalla band, che risulta anche il più coinvolgente del lotto, seppure anche qui non manchino gli onnipresenti rallentamenti che smorzano l’entusiasmo.

Spetta a “Through The Wax And Through The Wane” chiudere il platter: il pezzo scorre bene nella parte iniziale, con pattern di batteria che però ricordano spudoratamente i Mgla, ma poi si dilunga per dodici minuti dei quali almeno la metà sovrabbondanti, che avrebbero potuto tranquillamente costituire una canzone a parte vista la loro totale estraneità alla prima parte del brano. Non tutto è perfetto; in più una produzione non all’altezza, ovattata, compressa e dai volumi decisamente bassi, non aiuta l’ascolto, soprattutto nelle parti più tirate che assumono le sembianze di una poltiglia tra basso e batteria dai suoni mai nitidi. Gli Uada nel 2023 producono quindi un lavoro discreto che tuttavia manca di concretezza e risulta un po’ confusionario e dispersivo; però proseguono dritti per la loro strada costellata di reminiscenze di scuola svedese, melodie malinconiche e oscure e svariati tributi ai mostri sacri dell’heavy classico, amalgamando sempre di più un suono riconoscibile all’interno del pianeta black metal, cosa della quale dobbiamo dare merito alla band (si scrive Uada ma si legge Jake Superchi). La strada è quella ma forse si pecca troppo di presunzione e se tra le mani avessimo avuto un disco più compatto e focalizzato sarebbe stata un’altra cosa, ma con i “se” non si fa la storia.