Lum – L’ Feu e La Stria

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Accantonate momentaneamente le sonorità paganeggianti dei Feralia, che abbiamo conosciuto con il debutto “Helios Manifesto” e con l’ep acustico “Over Dianam”, e i deliri doom/black dei Ponte Del Diavolo, di cui ci siamo occupati in occasione della pubblicazione dell’ep “Mystery Of Mystery”, Khrura Abro, mente di questi due progetti, decide di dare sfogo al lato più crudo e grezzo della propria musica con questa nuova creatura, decisamente più incline a sonorità raw black metal tout court, che lo vede impegnato a chitarre, basso e tastiere, affiancato da S. (dei post-black metallers The Ghost Gardener) alla voce e alla batteria, senza tuttavia rinunciare ad un certo tipo di atmosfere, pur sempre occulte. Dal punto di vista concettuale infatti i Lum sono ispirati dal foklore e dalla stregoneria piemontese e sottolineano questa appartenenza regionale con liriche in dialetto, espediente che da sempre crea una sensazione di mistero mista a curiosità, soprattutto in chi quel dialetto non lo conosce. Anche il Piemonte ha la sua bella tradizione in fatto di superstizioni legate alla stregoneria ed ai processi alle streghe (o masche come venivano chiamate) e documenti storici particolarmente interessanti riguardano alcuni casi nel Canavese sul finire del XV secolo: in realtà le masche non erano necessariamente delle figure pericolose; erano donne alle quali le credenze popolari attribuivano particolari poteri soprannaturali, come ad esempio quello di compiere viaggi extracorporei e la capacità di trasmettere questi poteri ad altre creature viventi, e che potevano essere benefiche, ad esempio guarendo dalle malattie, così come rancorose e vendicative. Se volete approfondire l’argomento da un punto di vista prettamente letterario, vi consiglio la lettura de “La Chimera” di Sebastiano Vassalli.

Tornando alla musica si evidenzia subito come nelle composizioni vi sia una certa componente, non secondaria, legata all’improvvisazione: il disco infatti è nato da un paio di sessioni occasionali ed è stato registrato praticamente in presa diretta al fine di catturare il momento e riproporlo all’ascoltatore senza alcun “trucco” in fase di produzione. Come spiega Abro: “è stata una scelta voluta quella di non fare editing di nessun tipo. Ci sono errori e sono stati lasciati proprio per fotografare la cosa in qualche modo. Non volevo corrompere la “magia” se mi spiego”; il che ci riporta indietro nel tempo, all’epoca in cui le demo e gli album venivano registrati con un quattro piste nella cantina sotto casa o direttamente tra gli alberi della foresta (chi ha detto Ulver?), con tutti i pro e i contro del caso: per quanto riguarda i Lum è indubbio che suoni così viscerali e rozzi siano in linea con il concept della band e con le emozioni tetre e lunari che la musica si propone di trasmettere, ma è altrettanto vero che, ad esempio, la batteria resta incredibilmente sullo sfondo, risultando a tratti quasi inudibile, a tutto vantaggio di voce e chitarra.

Ad ogni modo non si tratta di un ostacolo insormontabile; siamo abituati a ben altro: il suono della chitarra così nudo e senza fronzoli è infatti sicuramente affascinante; sembra proprio di sentire le vibrazioni delle corde e questo, unito alla breve durata del lavoro che ne favorisce la fruizione, dà corpo a un che di arcano ed avvolgente, ad un black primitivo ed essenziale, ma non bestiale e privo di strutture, che ben si unisce ad uno screaming dall’andamento cantilenante e sabbatico. Le canzoni hanno infatti un piglio quasi rituale (ne è un esempio particolarmente riuscito “La Dansa Fisica”, a mio giudizio l’episodio migliore del lotto, al netto di una coda chitarristica forse pleonastica) e sembrano proprio voler invitare l’ascoltatore ad abbandonarsi ad un contatto trascendentale con le forze della natura, mediato dagli oscuri poteri delle masche: in questo senso assumono significato anche i brevi intermezzi dal sapore vagamente ambientale e le linee di tastiera che compaiono qua e là, conferendo qualche sprazzo di luce ad un quadro altrimenti piuttosto ombroso.

Intendiamoci, non siamo al cospetto di un disco eccezionale, quanto piuttosto di un buon lavoro artigianale, che anzi rivendica con un certo orgoglio questa sua dimensione e che, in definitiva, risulta apprezzabile, rappresentando una rivisitazione “casereccia” ma credibile di sonorità e concetti non nuovi in ambito black: per quanto mi riguarda potrei definire i Lum come una versione più ruvida ed amatoriale dei primi Negură Bunget (perché, si sa, a noi scribacchini piace fare accostamenti azzardati). E qui concludo: non vi resta altro da fare, a questo punto, che danzare nudi intorno al fuoco nel bel mezzo del bosco.