Blutsauger

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Abbiamo da poco recensito “Path Of The Bleeding Dead”, demo d’esordio dei Blutsauger ed abbiamo pensato di scambiare qualche parola col chitarrista, bassista e cantante H. Škrat, mente e motore di questa nuova e sanguinolenta creatura, per scoprire qualcosa di più su su questo progetto. Buona lettura!

Innanzi tutto benvenuti sulle nostre pagine virtuali. “0% talent, 0% innovation, % skills… 666% attitude”, così si presentano i Blutsauger. Vuoi spiegarci questo “motto” e descriverci com’è nato il progetto e con quali intenti?

Ho creato Blutsauger qualche mese dopo lo scioglimento dei Nuclear Aggressor; avevo bisogno di esprimere la parte più perversa, caotica e nichilista della mia personalità. Il “motto” è la sintesi di quel che è la musica di Blutsauger: nessun compromesso, niente fronzoli, “zero tecnica, solo impatto” (cit.); solamente malvagità, oscurità e furia apocalittica. Sono consapevole dei miei limiti a livello di tecnica sia esecutiva che compositiva, ma non me ne frega un cazzo e continuo a suonare e urlare fino a sanguinare. L’importante, nell’arte, è esprimere sé stessi; se viene fatta per altri motivi, non è arte.

Com’è nata la collaborazione tra te e Aasimar?

Aasimar è sudamericana e una grande fan dei Nuclear Aggressor. Mi contattò all’incirca un anno e mezzo fa, dopo lo scioglimento, dicendo che se non fosse stata così lontana si sarebbe offerta come batterista; restammo comunque in contatto e, quando creai Blutsauger, le chiesi di comporre e registrare le parti di batteria e, come si può notare, accettò di buon grado. Aggiungerei anche che ha fatto un ottimo lavoro, perfettamente in linea con l’attitudine del progetto.

Com’è stato il processo compositivo di “Path Of The Bleeding Dead”?

È stato molto semplice, in realtà. Avevo qualche riff nel cassetto, qualche idea da cui partire; per il resto, mi è bastato lasciarmi andare e suonare la musica che avrei voluto ascoltare tutti i giorni, traendo ispirazione da alcuni dei miei gruppi preferiti, quindi Impaled Nazarene, Mayhem, Absu, Sodom, Kreator, Gorgoroth, e via dicendo.

Ho notato che nel vostro lavoro c’è un certo equilibrio tra la violenza più furiosa e momenti più melodici e perfino acustici, ad esempio in alcuni intermezzi. Pensi che i Blutsauger possano esprimere la loro creatività in modo efficace utilizzando entrambe queste modalità?

Assolutamente, non ci poniamo nessun limite, l’importante è che abbiano senso. Secondo me accentuano le parti più violente e aiutano anche a rendere il disco meno monotono, come spesso accade, e una delle cose che odio è proprio un disco monotono (l’intro di chitarra classica, è un mio tributo a “Invasion Sector 12” dei Darkness, altro gruppo che adoro).

Ci sono alcune sensazioni particolari o un certo tipo di immaginario che le vostre canzoni tendono ad evocare?

Penso che la risposta sia molto soggettiva, in base a ciò che percepisce l’ascoltatore. Per quanto mi riguarda, mi hanno ispirato immediatamente una visione di una realtà post-apocalittica, intrisa di caos, magia nera, perversione e volontà di prevaricazione.

Da cosa nasce la necessità di utilizzare sia l’inglese che il tedesco nei testi?

È una semplice scelta stilistica; mi piace il suono del tedesco, soprattutto per le parti più macabre ed esoteriche.

Pensi che ci siano alcuni gruppi o alcuni sottogeneri che hanno influenzato il modo di comporre le canzoni apparse sulla vostra demo d’esordio?

Diciamo che ho un po’ ripreso il discorso che avevo interrotto con i Nuclear Aggressor, quindi sono partito da un thrash molto grezzo e teutonico; poi, come ho accennato in precedenza, ho liberato la mente da tutti i canoni e le restrizioni stilistiche e ho lasciato che fosse il solo “estro del momento” a guidarmi.

Tod ist der meister, der Meister ist tod”. Vuoi svelarmi il senso di questo verso che chiude il lavoro?

“La Morte è il maestro, il maestro è la Morte”. È la chiusura della canzone “Der Todesmeister”, il dio-tiranno che domina sui sopravvissuti all’Apocalisse, il quale diviene la personificazione della morte, sia in senso benevolo, quindi di liberazione dalla sofferenza, che in senso malevolo e punitivo. Ad ogni modo anche questa frase ha un significato soggettivo ed è aperta a svariate interpretazioni.

Vuoi dirci qualche parola sugli altri progetti che attualmente ti vedono coinvolto, Aganis e Akroterion?

Gli Aganis sono una band a cui sono molto legato. Abbiamo iniziato a suonare assieme alla fine del 2010, come passatempo tra amici. Successivamente le cose si sono fatte più serie, abbiamo affinato il nostro stile e ci siamo dedicati parecchio all’aspetto live. Gli Aganis sono decisamente più melodici rispetto a Blutsauger, con molte armonizzazioni di chitarre, cori e voci pulite. Gli Akroterion invece erano la one-man band di BP Gjallar, il chitarrista, ai quali mi sono unito nel 2016. Anche qui la musica è decisamente diversa, pur rimanendo nell’ambito del metallo nero, molto più votata al doom e ad influenze settantiane. Al momento stiamo lavorando ai rispettivi full length: il terzo per Akroterion, che segnerà anche la chiusura del progetto, e il primo per Aganis.

C’è in programma nel prossimo futuro la pubblicazione di un full length o di qualche altra uscita?

Sì, abbiamo già iniziato a lavorare ad un full, ma non c’è nulla di programmato. Nel frattempo, mi piacerebbe molto riuscire a portare Blutsauger dal vivo, una volta trovati i componenti per una live line up.

Bene, l’intervista termina qui. Come di consueto lascio a te le ultime parole…

Vi ringrazio per l’interesse e per l’ottima recensione. “In nuclear war all men are cremated equal.” (Dexter Gordon)