Dusk – The Relic

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Nella nostra esplorazione della scena underground nei suoi anfratti più reconditi siamo capitati in Costa Rica e abbiamo scoperto i Dusk, band attiva da qualche anno, che ha già alle spalle due full length e due ep ed ha avuto l’onore di condividere il palco con i Samael, durante il loro tour in America Latina del 2019. I nostri eroi sono dediti a sonorità che delineano un incrocio morboso e oscuro tra harsh black metal e massicce dosi di industrial decisamente corrosivo e disturbante, con influenze che potrebbero essere individuate in gruppi come Red Harvest, Blut Aus Nord e Darkspace, tra gli altri, ed è questa la formula che ci propongono anche in questo “The Relic”, loro terza fatica sulla lunga distanza. Siamo di fronte ad un album dal sound al tempo stesso pesante ed acido, dove le linee di chitarra sono decisamente nervose, spezzate, distorte e soprattutto ricoperte da uno spesso strato di rumorismi di varia natura che veicolano la componente industrial, assolutamente prevalente nell’economia di un disco che non si fa eccessivi problemi ad uscire dai più consueti schemi del black metal, almeno quello classico di matrice nordica al quale siamo solitamente abituati ad attribuire questa etichetta.

E infatti veniamo travolti da una serie di squarci elettronici ed interferenze simil-radiofoniche, che tuttavia non scivolano mai nel danzereccio e non si affidano mai al beat che possa fare immediata e facile presa sull’ascoltatore ma mantengono un andamento scostante e caotico, quasi parossistico, cosa che naturalmente non fa altro che aumentare il disorientamento e la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di un viaggio allucinante, causato da qualche droga andata a male.

E la voce? Beh si adatta al piglio del disco e infatti si sostanzia in urla deformate, disperate e filtratissime, che in molte occasioni si sovrappongono ai rumori di fondo e diventano un tutt’uno con gli stessi.

Appare quasi superfluo specificare che questo disco non rappresenta un ascolto agevole sotto nessun punto di vista e la fatica (scegliete voi se interpretare la parola in senso positivo o negativo) di arrivare fino in fondo, nonostante la durata tutto sommato contenuta, è accentuata dal fatto che le canzoni si susseguono in pratica senza soluzione di continuità e finiscono per essere davvero molto simili l’una all’altra, essendo concepite come i vari capitoli di un discorso musicale continuo, tanto da avere tutte lo stesso titolo (ma questa non è più una novità ormai da tempo).

Certo c’è chi ha interpretato la mistura tra black e industrial prima e in maniera più brillante ed originale di questa band ma è comunque piacevole scoprire una realtà del genere in un paese dell’America centrale che oggettivamente non ha dato i natali a chissà quali formazioni seminali o gruppi degni di essere ricordati: e in ogni caso questo “The Relic” è un lavoro davvero estremo e, se siete disposti ad accettare la sfida, ve ne consiglio l’ascolto, magari anche solo per una volta.