Burial – Satanic Upheaval

0
365

“L’abito non fa il monaco” si dice. Cazzate, nel black metal l’outfit è importante come per una riunione col mega direttore galattico. E se pubblichi un gran disco ma ti vesti da chierichetto il parere nei tuoi confronti sarà di scherno e repulsione. Contrariamente, se pubblichi un disco con una copertina nera e un caprone o una croce rovesciata, puoi fare un disco mediocre ma parti già con la sufficienza in tasca; se per di più indossi un giubbotto in pelle e hai la faccia di uno che per tirare avanti beve ettolitri di birre, impreca l’altissimo e si ciba di metallo, puoi stare pure in silenzio che avrai un bel voto solo per la dedizione alla causa. I Burial non si limitano a presentare il loro terzo lavoro in carriera, “Satanic Upheaval”, con una splendida copertina caprina, con un titolo compromettente e un outfit da mietitori d’angosce, ma le dieci tracce contenute in quello che è il disco del quindicesimo anniversario della band sono invocazioni al maligno di pregevole qualità, che ci hanno lasciato inermi. Il combo di Manchester, reduce da due buoni full length, ha deciso di fare le cose in grande consegnando alle tenebre il suo miglior lavoro in studio per distacco, intriso di impressionante brutalità black/death di elevata fattura, che non dà un attimo di tregua a chi si cimenterà, coraggioso e impavido, nell’ascolto, entusiasmandolo dall’inizio alla fine. Inglesi dicevamo, ma solo sulla carta d’identità, perché ascoltando “Satanic Upheaval” potremmo immaginarci di essere al cospetto di una band svedese, grazie al sound freddo e brutale e alle melodie funeree e misantropiche che caratterizzano il songwriting. Sappiamo benissimo che le capre adorano il black metal quanto lo adoriamo noi, pertanto questo disco soddisferà le aspettative di tutti coloro che quotidianamente si cimentano nella ricerca quasi ossessiva di una creatura che nel 2020 riesca a convivere con la difficile missione del “senza fronzoli e zero compromessi”. I Burial sono così, prendere o lasciare. Di sicuro non vinceranno la palma come “miglior band innovatrice” del genere, ma loro non hanno neanche fatto domanda di partecipazione a questo bizzarro concorso: i tre necromanti di Manchester bevono calici di sangue mentre suonano una forma primitiva e grezza di metallo nero, rifiutando qualsiasi inclinazione sinfonica o innovazione modernista, mostrando un palese disprezzo per le contaminazioni odierne che snaturano la realtà più ortodossa black metal. Sembra che i Burial stiano intraprendendo una missione, una sorta di marcia militare verso l’ultimo girone dell’inferno, quello ancora in costruzione, formato da tutte queste band che sembrano credere realmente in ciò che fanno con la loro musica atta a trascinarci negli abissi più profondi e oscuri della disperazione.

Quaranta minuti di prepotenza nichilista, sempre in costante equilibrio tra bordate di classico black metal old school di scuola scandiva e influenze death made in Florida, ben presenti in vari episodi, che garantiscono dinamica ai pezzi, rendendoli un minimo più vari rispetto al canonico copia incolla. La combo iniziale formata da “Encircled By Wolves” e “Void Of Decay” non lascia spazio a troppi dilemmi: riff ciclico accompagnato da blast che ben presto assumono le sembianze di un tappeto di doppia cassa coinvolgente; leitmotiv che si presenterà molto spesso, dando a ogni pezzo quella carica “live” che generalmente in un genere estremo come il black viene a mancare. Mossa astuta e assolutamente funzionale è quella di contenere la durata media dei pezzi intorno ai quattro minuti, in modo da dare maggior enfasi all’impatto e all’intensità degli stessi, che risultano compatti e uniformi, come dei pugni presi in piena faccia, anche perché le variazioni di tempo all’interno delle tracce sono veramente limitate e il piede è quasi costantemente premuto sull’acceleratore. Se da una parte “Satanic Upheaval” è contraddistinto da brani che fanno della semplicità costruttiva e melodica il loro punto forte, tale da renderli di facile assimilazione, dall’altra troviamo una grande attenzione ai dettagli e agli arrangiamenti, che enfatizzano la vena analogica e antimodernista del disco, senza mai essere appariscenti ma giocando tutto sull’impatto primordiale e la carica vintage e artigianale.

Se nella prima parte del disco la band riesce a comunicare il suo odio misantropico con pezzi più canonici, è nel lato B che il combo si sbizzarrisce e dà il meglio di se, con la “swedish oriented” title track, che ci propina nere melodie di rara angoscia, e “Devour Your Soul”, caratterizzata da una partenza devastante tipicamente black e dal cantato che rievoca le classiche metriche death made in Florida (Deicide su tutti) per un brano che stacca le ali agli angeli, complice la prestazione vocale di Derek Carley, sugli scudi per tutto il disco, con un’eccellente alternanza tra growl claustrofobico e scream dilaniante. “Questo album è la rappresentazione più completa del nostro suono come band fino ad oggi, un lavoro del quale siamo molto orgogliosi e desiderosi di condividerlo con tutto il mondo”; poche parole che non lasciano libertà di interpretazione quelle del singer dei Burial. Ornato a dovere da una produzione calda, avvolgente ma al contempo letale come una ghigliottina, “Satanic Upheaval”, nonostante non inventi nulla, risulta un’ottima prova che non soffre di forzature moderniste né di produzioni fastidiose e artificiali. Un disco dal sapore autentico, suonato egregiamente da persone lontane dalle fredde e desolate Alpi Scandinave ma pur sempre fedeli al culto della capra.