Kalt Vindur – …And Nothing Is Endless

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Sotto l’egida della sempre attivissima etichetta polacca Witching Hour Productions esce questo “…And Nothing Is Endless”, seconda fatica sulla lunga distanza dei connazionali Kalt Vindur, a tre anni di distanza dal debutto “Delusions”, uscito appunto nel 2017. Il quintetto è attivo dal 2015 ed è fautore di un black metal (definito “subcarpathian black metal”, qualunque cosa voglia dire), che si lascia spesso e volentieri contaminare da tentazioni moderniste, sfiorando a più riprese territori progressivi, grazie ad un songwriting che non rifugge soluzioni più intricate, ma mai eccessivamente cervellotiche, mantenendosi nel complesso piuttosto fluido. Anche la produzione, curata presso i Regent Audio Studio, è coerente con questo approccio: pulita ma non plasticosa; sufficientemente potente e abbastanza equilibrata, in modo da non sacrificare troppo nessuno strumento, ma lontana anni luce dal fascino artigianale delle tipiche registrazioni tradizionali. Il che non vuole essere una critica ma una semplice constatazione, perché questa è la strada che i nostri hanno intrapreso e che vogliono percorrere con determinazione, come dimostra il balzo in avanti a livello qualitativo che salta immediatamente all’orecchio se si confronta il primo, affascinante ma per il sottoscritto ancora acerbo album, con questo, meglio allestito, successore.

“…And Nothing Is Endless” mescola infatti in modo piuttosto convincente rabbia, aggressività e violenza, da un lato, con momenti di intima e sofferta riflessione, dal sapore ora quasi mistico ora più malinconico e depressivo, dall’altro, veicolati da arpeggi melodici e da stacchi acustici. Per il resto le canzoni sono ben equilibrate, caratterizzate da strutture non immediate ma neppure eccessivamente complicate: insomma la band tiene in qualche modo a bada le proprie pulsioni progressive, irregimentate attraverso un songwriting che, come detto, non si lascia mai andare gratuitamente a soluzioni troppo barocche o arzigogolate. Ci sono comunque parecchi cambi di tempo e di ritmo e il riffing, che si lascia influenzare in parte dagli ultimi Mayhem e Marduk, risulta ben bilanciato tra sfuriate black e rallentamenti di chiara matrice doom; è abbastanza fantasioso, pur mantendo sempre l’atmosfera generale molto tesa e cupa. I Kalt Vindur riescono quindi a non risultare banali e prevedibili, pur senza strafare, e inseriscono anche piacevoli parti solistiche che si incastrano a dovere e in modo naturale nel tessuto dei pezzi. Anche la prestazione vocale del singer Wojciech Kozub segue questa linea: è organica alla proposta del gruppo ma anche varia ed espressiva; non si appiattisce mai su un’interpretazione troppo monocorde e riesce ad essere piena di pathos, pur senza uscire dai binari di uno screaming d’ordinanza.

L’impressione generale è quella di essere di fronte ad una band che sta maturando ma che non ha ancora espresso in pieno le proprie potenzialità: tuttavia pezzi come la melodica ed accattivante “The Blind Sin Hunter” (a mio parere il migliore del lotto), ma anche le più schizofreniche e battagliere “Dirty Yields” e “Red Glow” o la più cantilenante title track, sono lì a dimostrare che i Kalt Vindur hanno le idee chiare e sanno il fatto loro dal punto di vista sia compositivo che esecutivo. Sarà probabilmente il terzo album, solitamente quello della verità, a dirci se abbiamo a che fare con un gruppo di ottimi artigiani e gregari o con una band pronta a compiere il definitivo salto di qualità.