Katavasia – Magnus Venator

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Il tanto atteso momento è arrivato, e dopo ben cinque anni i Katavasia tornano sul mercato con il più volte annunciato secondo full length “Magnus Venator”. Il combo, capitanato dall’instancabile Necroabissyious, già leader di Varathron e Funeral Storm, grazie a una buona operazione di marketing iniziale, ha saputo calamitare al meglio le attenzioni su questa nuova fatica in studio, grazie pure al rilascio anticipato di due singoli su youtube, che facevano trasparire quanto di buono la band stava per far esplodere dalle casse del nostro fidato hi-fi. Se non avete digerito gli orpelli un po’ innocui degli ultimi Rotting Christ, che ammiccano forse troppo al mercato più mainstream, ecco che i Katavasia si posizionano su quel trono dove i maestri per eccellenza del black metal ellenico erano inamovibili da tempo. “Magnus Venator” è infatti un disco che, senza esagerare, può, oggi come oggi, rappresentare un manifesto del genere, nell’ultimo decennio almeno: con ciò non vogliamo dire che i Katavasia hanno scritto il capolavoro definitivo del black greco ma, più semplicemente, che, grazie a un songwriting che ne ricalca tutti gli stilemi tradizionali, passando dai già citati Rotting Christ ai Necromantia, dai Thou art Lord agli immancabili Varathron, aggiungendo una verve più classicamente thrashy e un retrogusto epico abbellito da una produzione di categoria superiore, sono riusciti a dare alla luce un disco che può realmente diventare un piccolo punto di riferimento per la scena underground ellenica (e non solo), conservando le radici di quel genere, esaltandone il presente e impostandone basi per il futuro.

Necroabyissous è una vecchia e instancabile volpe che, grazie al suo carisma e alla particolarissima timbrica vocale, riesce a trasformare (quasi) tutto ciò che tocca in vera e propria oscurità e “Magnus Venator” ne è la dimostrazione. Il disco, della durata di circa quarantadue minuti per nove tracce, è diviso in maniera equilibrata tra lato A e lato B, quattro pezzi per parte, separati da “Saturnalia Magnus Cult”, una breve traccia atmosferica posta come spartiacque per far rifiatare l’ascoltatore. Non si tratta di un album eccessivamente complesso, in quanto la band punta soprattutto sull’impatto, tratto distintivo del metallo ellenico, contraddistinto in questo caso da up tempo che non esplodono mai in sferzate blast fini a sé stesse, galvanizzando il lavoro dietro le pelli di Foivos, autore di fill di estremo gusto e adeguatamente ricercati. Ascoltando il disco ci si rende conto di come l’intento della band sia la creazione di un’atmosfera tale da tenere sulle spine pezzo dopo pezzo, con tastiere che hanno un ruolo da gregario ma risultano fondamentali nell’economia del sound. Basti pensare a un pezzo come “Sinistral Covenant”, peculiare per il suo piglio sinfonico e corale, che lo fa innalzare rispetto a tutti gli altri (e, se non fosse per le classiche linee vocali di Necroabyissous, avremmo serie difficoltà a ricondurlo ad un contesto classicamente ellenico).

Differente discorso vale per le mazzate poste in apertura come “Daughters Of Darkness” o “The Tyrant”, caratterizzate da un incessante groove thrash, così come le seguenti “Blood Be My Crown” e “Chthonic Oracle”, dove palesemente fanno capolino i tratti distintivi del sound dei Varathron, grazie soprattutto al riffing di Achilleas C., che ci riporta alle melodie malsane di “Patriarchs Of Evil”, seppur in questo caso addolcite da un costante tappeto di tastiere mai invadente. A sottolineare la grandezza di questo disco ci pensa l’ultimo pezzo in scaletta, l’imponente ed epica “Babylon (Sammu-Rawat)” che, come la sopracitata “Chthonic Oracle”, pare uscita dall’ultima fatica in studio dei Varathron (come se fosse il perfetto connubio tra “Luciferian Mystical Awakening” e “Saturnian Sect”, ascoltare per credere), rendendo il tutto ancora più maestoso e ribadendo come il metallo ellenico sia sempre pronto a sfidare a testa alta qualsiasi incarnazione malefica del nord europa, senza paura. “Magnus Venator” è un gran disco, che non aggiunge nulla in termini di novità assoluta a ciò che la Grecia ha espresso in questi decenni in ambito estremo, ma riesce nel difficile compito di garantire un’elevata fattura, grazie alla prestazione sopra le righe della band, a un songwriting ispirato e mai stanco, uniti a una produzione eccellente sotto tutti i punti di vista. Un prodotto che soddisferà il tradizionale black metal die hard fan ma che può far breccia nel cuore incastonato dentro un’armatura di colui che non si discosta dagli ascolti più classicamente metal, grazie a una quantità smodata di guitar solos e un riffing da assaporare con le spade in mano.